Politica

Afganistan exit strategy

Valutando il bilancio costi benefici gli Stati Uniti avevano da tempo deciso di abbandonare l’Afganistan, le stesse origini dell’occupazione americana non erano supportate da reali necessità strategico difensive, ma più realisticamente dal bisogno del Presidente Bush di recuperare consensi e di mostrare alla comunità internazionale che l’America poteva ancora essere considerata il poliziotto del mondo in grado di esportare democrazia e diritti ovunque.

Il terrorismo, però, non si sconfigge con l’occupazione permanente di un territorio, ma con azioni mirate a disarticolare l’organizzazione criminale, con una rete di intelligence in grado di prevenire le mosse dell’avversario, infiltrando uomini specializzati nelle tecniche e nella gestione di operazioni sotto copertura e con messaggi culturali in grado di disinnescare le motivazioni simboliche alla base dei gruppi politici di insorgenti, ce lo insegna Israele che riesce a prevenire ed a reprimere quasi tutte le azioni offensive di Hamas, ma senza andare troppo lontano ce lo ha insegnato il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ed il suo nucleo di carabinieri addestrati nel contro terrorismo che è riuscito a debellare in tempo record il fenomeno delle brigate Rosse in Italia.

Sì dice che la guerra la vince chi la racconta, nel nostro caso non ci sono ad oggi vincitori che raccontino la loro versione manipolando la realtà, di certo dal punto di vista strategico l’uscita statunitense dall’Afganistan è condivisibile, dal punto di vista tattico molti errori sono stati commessi, ma sono gli errori classici degli USA già visti in passato in circostanze analoghe.

Gli accordi di Doha non hanno coinvolto l’esercito afgano demotivandolo fortemente, nel trattato si è concesso troppo in termini di tempistiche e modalità per il ritiro, non si può infatti lasciare mezzi e materiale tecnico specialistico nella disponibilità degli avversari senza avere nulla in cambio.

Gli americani pagano ancora una volta la perenne diatriba tra Cia, Pentagono e Presidente nelle decisioni che dovrebbero essere prese in totale sinergia tra i tre organismi, tuttavia l’obiettivo era lasciare la polpetta avvelenata dell’Afganistan nelle mani di Cina, Qatar, Turchia ed Iran valutando sempre che i servizi segreti del confinante Pakistan sono da sempre schierati con i Talebani e non potrebbero essere altrimenti con il rischio India alle porte.

Governare l’Afganistan sarà difficile poiché tutti gli attori coinvolti dovranno monetizzare rapidamente il loro intervento, compresa la ricostruzione delle infrastrutture, questo indubbiamente potrebbe creare tensioni e lotte intestine ed allora gli USA torneranno ad agire sullo scacchiere asiatico e mediorientale con maggiore concentrazione.

Sergio Giangregorio

Direttore Responsabile magazine online Convincere. Laureato in scienze politiche e relazioni internazionali. Perfezionato presso L’Università degli Studi Roma 3 in “Modelli Speculativi e ricerche educative nell’interazione multimediale di primo e secondo livello“ Docente universitario a contratto in materie investigative con specifico expertise sulla sicurezza in aree urbane, sulle tecniche di intelligence e di peacekeeping. Esperto di comunicazione in situazioni estreme. Giornalista investigativo ed analista di intelligence, come Ghost writer ha elaborato numerosi studi strategici coprendo tutti i teatri di guerra dai balcani, al vicino oriente seguendo i conflitti in Afganistan, Iraq e nel nord-Africa. Presidente del Centro Europeo Orientamento e Studi – Ente morale di diritto privato per la difesa dei diritti civili. Direttore Scientifico dell'Istituto di Ricerca sui rischi geopolitici Triage Duepuntozero.

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