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Gaza

Sto scrivendo da Gaza, pur non essendo lì, i miei occhi hanno visto molte volte la tragedia della guerra, le mie orecchie hanno ascoltano, i pianti, e le speranze flebili dei sopravvissuti. Scrivo da un posto dell’anima che non ha confini, da un luogo interiore in cui la parola “pace” non è più un’utopia, ma una preghiera.
Negli ultimi due anni, Gaza è diventata un’isola chiusa, una ferita isolata dal mondo e inaccessibile ai media, così la sua voce è rimasta intrappolata sotto le macerie, nascosta tra i muri sbriciolati delle case e degli ospedali, nei silenzi stanchi dei sopravvissuti ai bombardamenti.
Oggi, lentamente, un fiume umano sta tornando, a mani nude e cuori infranti, la gente cerca tra le rovine non solo ciò che resta delle proprie case, ma un brandello di normalità, un senso, una memoria da ricostruire, il ritorno è una forma di resistenza. Cercare casa dove casa non c’è più è l’atto più coraggioso e disperatamente umano che si possa compiere.
C’è una consapevolezza nuova che serpeggia tra chi è rimasto e chi torna: mettersi nelle mani dell’estremismo non ha portato nulla se non distruzione, la paura ha divorato la fiducia, e la rabbia ha preso il posto della politica. Ma questa non può essere la via, né per Gaza, né per nessun altro, Hamas non è più percepito come un rifugio, ma come una prigione spirituale e politica, la fede non può giustificare l’odio e la libertà non può crescere nel terreno dell’odio.
A Tel Aviv, 400.000 persone si riversano in strada, sono ebrei, arabi israeliani, giovani, famiglie, anziani, chiedono la liberazione degli ostaggi e la pace, hanno compreso che la repressione non è l’unica risposta possibile, e che la forza, da sola, non costruisce sicurezza. Il terrorismo non si sconfigge con la distruzione, ma con la dignità servono ponti, non muri, servono politiche di inclusione, non vendette. Due popoli, due Stati, due verità che devono potersi guardare negli occhi e riconoscersi umane e uguali.
Il mio cuore è vicino alle famiglie di tutte le vittime innocenti, quelle che non ci sono più, e quelle che, pur essendo sopravvissute, sono rimaste intrappolate in un trauma senza uscita. I bambini che tremano nel sonno, le madri che non hanno più braccia da stringere, i padri che hanno perso la voce dalla troppa rabbia ingoiata.
A Gaza e Tel Aviv la pace non è una parola, è un bisogno, è ossigeno, è l’unico futuro possibile.
E mentre il mondo guarda, chi vive sotto quei cieli spezzati chiede solo una cosa: vivere, non sopravvivere, non esistere in mezzo alla paura, ma vivere.

Sergio Giangregorio

Direttore Responsabile magazine online Convincere. Laureato in scienze politiche e relazioni internazionali. Perfezionato presso L’Università degli Studi Roma 3 in “Modelli Speculativi e ricerche educative nell’interazione multimediale di primo e secondo livello“ Docente universitario a contratto in materie investigative con specifico expertise sulla sicurezza in aree urbane, sulle tecniche di intelligence e di peacekeeping. Esperto di comunicazione in situazioni estreme. Giornalista investigativo ed analista di intelligence, come Ghost writer ha elaborato numerosi studi strategici coprendo tutti i teatri di guerra dai balcani, al vicino oriente seguendo i conflitti in Afganistan, Iraq e nel nord-Africa. Presidente del Centro Europeo Orientamento e Studi – Ente morale di diritto privato per la difesa dei diritti civili. Direttore Scientifico dell'Istituto di Ricerca sui rischi geopolitici Triage Duepuntozero.

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