CulturaEventi

Quando il cuore di un paese torna a battere

A Castelvecchio Subequo la quattordicesima edizione di “Arti e Mestieri a Palazzo, Di vino in vino” ha restituito alla comunità luoghi dimenticati e dimostrato che il volontariato può trasformare ciò che sembra impossibile in una nuova occasione
Ci sono luoghi che il tempo non riesce a cancellare del tutto, anche quando l’incuria li avvolge, le porte si chiudono e i passi delle persone smettono di attraversarne i vicoli. Restano lì, silenziosi, a custodire una memoria che aspetta soltanto qualcuno disposto a tornare ad ascoltarla.
A Castelvecchio Subequo, nei giorni dell’8 e del 9 agosto, è accaduto proprio questo: una parte del borgo antico è tornata a vivere e, con essa, è riemerso qualcosa di ancora più prezioso delle pietre e delle architetture, ovvero il senso profondo di appartenenza a una comunità.
La quattordicesima edizione di “Arti e Mestieri a Palazzo, Di vino in vino” non è stata soltanto una manifestazione di successo, ma il punto d’arrivo di un percorso nel quale un gruppo di volontari ha scelto di fare ciò che spesso sembra più difficile: dedicare tempo, energie e passione a qualcosa che non produce un guadagno personale, ma un beneficio per tutti.
Il volontariato, quello vero, raramente fa rumore, non ha bisogno di essere annunciato, non presenta il conto e non domanda riconoscimenti. Esiste nella disponibilità di chi arriva prima degli altri, nella fatica di chi lavora quando nessuno guarda, nella pazienza di chi ripete un gesto necessario cento volte e nella capacità di mettere il bene comune davanti alla propria comodità.
Un gruppo di persone ha deciso di recuperare e rendere nuovamente fruibili spazi del centro storico che per troppi anni erano rimasti abbandonati, riportando alla luce vicoli, rue e piazze che persino molti castelvecchiesi non conoscevano o avevano dimenticato.
Non è stato soltanto un lavoro materiale. È stato un atto di fiducia.
Bisognava credere che quei luoghi potessero tornare ad avere un significato, che dietro il degrado ci fosse ancora qualcosa capace di emozionare, che valesse la pena investire il proprio tempo per restituire alla comunità ciò che le apparteneva.
E soprattutto bisognava farlo insieme.
La disciplina, la volontà, l’amicizia e l’umiltà di chi ha partecipato a questo progetto hanno dimostrato che esiste ancora una forza capace di cambiare concretamente i luoghi: quella delle persone che scelgono di esserci.
Forse è proprio questo il volto più bello del volontariato: non sostituirsi agli altri, ma accendere una scintilla e dimostrare che insieme si può arrivare dove da soli non si sarebbe mai arrivati.
Ed è stato dentro questo patrimonio ritrovato che “Arti e Mestieri a Palazzo” ha dispiegato tutta la propria magia.
Il centro storico si è trasformato in un percorso nel quale enogastronomia, artigianato, musica, arte e cultura hanno trovato spazio senza mai perdere il rapporto con l’identità del paese.

Foto EECPRESS


Dieci prestigiose cantine del territorio hanno portato i loro vini, offrendo ai visitatori un viaggio attraverso i sapori e le eccellenze della terra d’Abruzzo. La presenza dello chef Davide Nanni, con la sua simpatia e la capacità di coinvolgere il pubblico, ha regalato alla manifestazione un ulteriore momento di convivialità e partecipazione.
Ma il vino e il cibo sono stati soltanto alcune delle chiavi attraverso le quali entrare nella storia di Castelvecchio.
La Giornata del Minatore ha riportato l’attenzione sul lavoro e sui sacrifici di uomini che appartengono alla memoria delle comunità abruzzesi , mentre un convegno dedicato a Santa Barbara, figura profondamente venerata in paese, ha consentito di approfondire una devozione che continua a vivere nel patrimonio culturale e spirituale locale.
La musica ha riempito le strade con le esibizioni dei Bimbi e dei ragazzi di Castelvecchio ed Orsogna e di numerosi musicisti; le esposizioni pittoriche, le presentazioni di libri e gli altri appuntamenti culturali hanno trasformato il borgo in un itinerario nel quale ogni angolo poteva raccontare una storia diversa.
Tra le iniziative più suggestive, la mostra di fotografie d’epoca curata da Alfio Bianchi e Francesco Olivieri entrambi esperti della storia del borgo ,ha avuto la forza discreta delle cose autentiche.
Davanti a quelle immagini il tempo sembrava improvvisamente accorciarsi: volti di uomini e donne, famiglie, bambini, feste, mestieri e scene di vita quotidiana hanno riportato alla luce un paese che non esiste più nella sua forma originaria, ma che continua a vivere nella memoria di chi lo ha conosciuto.
E così, tra una fotografia e l’altra, molti visitatori si sono riconosciuti o hanno riconosciuto qualcuno: un genitore, un nonno, un amico, una persona che non c’è più.
È in momenti come questi che si comprende quanto sia importante conservare la memoria. Perché la memoria non è soltanto nostalgia del passato: è uno strumento attraverso il quale una comunità comprende chi è e può decidere con maggiore consapevolezza dove vuole andare.
Lo stesso filo ha attraversato il cortometraggio curato anche questo da Alfio Bianchi con la partecipazione del Video Maker Mattia Angelone, dedicato all’origine e alla storia di tre palazzi nobiliari del borgo, e la visita al museo delle attrezzature agricole, dove gli oggetti del lavoro quotidiano hanno raccontato la fatica, l’ingegno e la dignità di generazioni che hanno costruito la propria vita attraverso il rapporto con la terra.
Forse è per questo che “Arti e Mestieri a Palazzo” lascia qualcosa in più rispetto al ricordo di due giornate di festa.
Perché dietro ogni calice di vino, ogni nota musicale, ogni quadro, ogni fotografia e ogni incontro c’era un messaggio più grande: un territorio vive se qualcuno sceglie di prendersene cura.
E prendersene cura non significa soltanto restaurare un palazzo o recuperare una strada. Significa restituire alle persone la possibilità di vivere quei luoghi,di attraversarli e di riconoscerli come parte della propria identità.
In un tempo nel quale i piccoli centri delle aree interne devono affrontare spopolamento, invecchiamento demografico e perdita progressiva di servizi e opportunità, la storia di Castelvecchio Subequo assume un significato che va oltre i confini del paese.
Perché dimostra che la rinascita può cominciare anche dal basso, dalla volontà di pochi che riescono a coinvolgere molti, dalla capacità di trasformare la passione individuale in un progetto collettivo.
E allora il volontariato diventa molto più di una semplice disponibilità ad aiutare.
Diventa un presidio di comunità.
Diventa la capacità di custodire ciò che rischia di scomparire, di creare relazioni e soprattutto, di restituire fiducia.
Castelvecchio Subequo ed il suo Sindaco Marisa Valeri hanno dimostrato che il patrimonio di un borgo non si misura soltanto con i palazzi storici, i monumenti o le bellezze paesaggistiche.
La sua ricchezza più grande sono le persone che decidono di non voltarsi dall’altra parte.
Quelle che credono che un vicolo possa tornare a essere percorso, che una piazza possa tornare a riempirsi, che una storia possa ancora essere raccontata e che un paese possa avere davanti a sé un futuro diverso.
Il risultato di questo lavoro è stato visibile agli occhi di tutti: un centro storico nuovamente attraversato, vissuto e apprezzato; visitatori arrivati da fuori; cittadini tornati a guardare con occhi nuovi luoghi che appartenevano alla loro quotidianità e, forse, una nuova consapevolezza del valore di ciò che possiedono.
Ma il risultato più importante è quella sensazione, difficile da spiegare ma immediatamente riconoscibile, che nasce quando una comunità comprende di aver fatto qualcosa insieme, è il senso di appartenenza che si rafforza, è la consapevolezza che nessuno è troppo piccolo per contribuire alla rinascita del proprio territorio, è la certezza che anche nelle aree interne, spesso raccontate soltanto attraverso ciò che stanno perdendo, esiste una straordinaria capacità di costruire.
“Arti e Mestieri a Palazzo, Di vino in vino” ha saputo così unire ciò che è stato a ciò che ancora può essere.
Ha portato il visitatore dentro le tradizioni, i sapori, l’arte, la musica e la storia di Castelvecchio Subequo, ma soprattutto gli ha mostrato una comunità capace di reagire all’abbandono attraverso lo strumento più semplice e più potente che possiede: la partecipazione.
Quei vicoli ritrovati non sono soltanto una parte del centro storico tornata accessibile. Sono un simbolo,
rappresentano ciò che accade quando qualcuno decide che vale ancora la pena provarci.
E forse è proprio questa la fotografia più bella che resta dopo le due giornate di festa: non soltanto un borgo illuminato, pieno di musica e di persone, ma una comunità che ha scelto di riaccendere la luce sulla propria storia.
Perché il futuro delle aree interne d’Abruzzo non può nascere dimenticando le proprie radici, può nascere, invece, proprio dalla capacità di conoscerle, proteggerle e trasformarle in una nuova energia.
A Castelvecchio Subequo, per due giorni, quelle radici sono tornate a fiorire e dietro questo miracolo ci sono soprattutto loro: le persone che hanno lavorato senza chiedere nulla, che hanno creduto quando era più facile dubitare, che hanno messo a disposizione il proprio tempo e le proprie mani e che hanno dimostrato, con i fatti, che il bene comune non è un’idea astratta, ma qualcosa che può essere costruito giorno dopo giorno.
Questo è il volto più autentico del volontariato e
questa, è la lezione più importante che Castelvecchio Subequo consegna a chi è venuto a visitarlo: un paese può tornare a vivere quando la sua gente smette semplicemente di abitarlo e decide, invece, di prendersene cura.

Foto Matteo Angelone videomaker

Sergio Giangregorio

Direttore Responsabile magazine online Convincere. Laureato in scienze politiche e relazioni internazionali. Perfezionato presso L’Università degli Studi Roma 3 in “Modelli Speculativi e ricerche educative nell’interazione multimediale di primo e secondo livello“ Docente universitario a contratto in materie investigative con specifico expertise sulla sicurezza in aree urbane, sulle tecniche di intelligence e di peacekeeping. Esperto di comunicazione in situazioni estreme. Giornalista investigativo ed analista di intelligence, come Ghost writer ha elaborato numerosi studi strategici coprendo tutti i teatri di guerra dai balcani, al vicino oriente seguendo i conflitti in Afganistan, Iraq e nel nord-Africa. Presidente del Centro Europeo Orientamento e Studi – Ente morale di diritto privato per la difesa dei diritti civili. Direttore Scientifico dell'Istituto di Ricerca sui rischi geopolitici Triage Duepuntozero.
Pulsante per tornare all'inizio