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Nel globale dipanarsi delle combinazioni politico-finanziarie, non appare chiaro se il destino dell’Italia debba avere una prospettiva futura rassicurante, oppure, come nazione saremo costretti a soccombere cestinando nell’inceneritore della storia la nostra cultura, la nostra arte, la nostra creatività e la nostra Bellezza assoluta che per oltre duemila anni ci hanno contraddistinti.

Questo dilemma politico-esistenziale dovrebbe essere sciolto da chi ci governa, ma la realtà quotidiana, così come ci si presenta, non lascia spazio all’ottimismo; anzi, piuttosto,il pessimismo è autorizzato a dilagare angosciando sempre più pezzi consistenti di società civile, e in special modo quella che sostanzia l’attività economica e produttiva del Paese.

A partire dal 1992, cioè dalla fine già avviata nell’89 del mondo diviso in due blocchi ideologici capitalismo da un lato e comunismo dall’altro, è iniziata a suonare la campanella indicante per l’Italia la fine della ricreazione, ovvero la drastica interruzione dell’indebitamento statale, alla cui attuazione si sarebbero applicati i governi che da quella data, con risultati fallimentari, si sono succeduti fino ai giorni nostri. Il governo attuale si è proposto ed ha ricevuto l’incarico da Napolitano prospettando alle Camere, ove ha ottenuto la fiducia, un programma contenente una maggiore incisività nell’azione apparentemente difficile di riduzione del debito pubblico. Per meglio capire se tale intenzione sia baciata dal successo siamo costretti a dettagliare la nostra analisi sui provvedimenti assunti e su quelli che a breve lo devono essere.

Dunque, oltre i giochi contabili della finanza statale va fatta una distinzione fra i provvedimenti di riduzione della spesa che assumono un connotato strutturale e quelli che hanno il sapore dell’una tantum e che lungi dall’incidere nella riduzione della spesa hanno marcatamente il sapore demagogico.

Sotto questo profilo possiamo paragonare il nostro debito ad un enorme bacino acquatico che deve essere prosciugato, per cui l’abolizione del Senato e delle provincie, in termini assoluti di costo equivale all’estrazione di un bicchiere d’acqua piuttosto che di un grande serbatoio. Per abbassare significativamente il livello dell’acqua dal bacino occorrono provvedimenti emergenziali, perché viviamo la necessità di non rubare il futuro ai nostri figli, e allora non deve essere nemmeno indicata la direzione dove incidere per riuscire nell’impresa titanica di invertire la tendenza deficitaria della spesa pubblica italiana.

Proviamo ad elencare settori arcinoti alla pubblica opinione ma che non tanto sorprendentemente non sono nel mirino del governo Renzie.

Parliamo dell’ormai famoso approvvigionamento che fanno le varie ASL dove l’acquisto di una siringa varia dai 27/30 centesimi di euro ad oltre un euro e mezzo, le spese pazze dei vari consiglieri e assessori regionali, gli acquisti, senza controllo e quantomeno inutili in questo momento di crisi economica, fattiin materia di ordine e pubblicasicurezza; solo questa consapevole ed evidente realtà avrebbe dovuto indurre il primo ministro a commissariare tutte le ASL sostituire i funzionari incapaci e ricondurre la spesa a livelli fisiologici e compatibili non solo con la finanza pubblica ma anche con l’assicurazione di un livello qualitativamente accettabile dell’assistenza sanitaria. Su questo versante l’elettroencefalogramma del governo è piatto, per cui continueremo a spendere 2700 €, tanto costa la divisa completa di un poliziotto,per gli oltre 50.000 che stanno negli uffici e che della divisa, dato che non la indossano, ne hanno perso la memoria. Cosa dire al nostro novello e fiorentino toscano Arturo Fonzarelli, tutto muscoli dialettici e buon illusionista degno della migliore tradizione? Niente, se non un richiamo alla cultura quella della sua terra dove un immenso e inarrivabile Dante Alighieri parlando di stesso ci teneva molto a porre un non trascurabile distinguo: Florentini natione, non moribus: fiorentino solo di nascita, ma non di costumi o abitudini.

 

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