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JFK: un mito ancora in voga

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Ognuno di noi ha delle leggende ed insegue dei miti. Indubbiamente John Fitzegerald Kennedy è stato un esempio per molti, me compreso. Il mito di JFK trova riscontro nelle curve della Monroe, nel sorriso smagliante, nel suo essere cattolico e nella parlantina sciolta. Nixon aveva già perso contro il candidato democratico quando si presentò al “duello” televisivo per la poltrona di presidente degli Stati Uniti d’America. Dove finisce il mito di Kennedy e dove iniziano le capacità politiche di Kennedy?

Le piazze, le vie e le strade, senza contare tutti i capi di stato e i personaggi illustri presenti ai funerali del presidente democratico, fanno parte del mito o dell’uomo politico? Quanto ha influito una morte così cruenta, spettacolare e particolare (esasperata anche dalla famosa “pallottola magica”) sul mito di Kennedy?

La morte di Kennedy ha spostato l’attenzione su ciò che il giovane presidente avrebbe (per qualcuno indiscutibilmente) fatto o avrebbe potuto fare. Senza dilungarci sulle mancate cose che si sarebbero fatte, possiamo soffermarci su quanto JFK effettivamente fece. Partendo dal principio, durante la sua campagna elettorale per le elezioni presidenziali Kennedy non smorzò i toni con l’URSS in merito alla Guerra Fredda, anzi attaccò il presidente Eisenhower,  incolpandolo per l’esistenza di un “gap” fra l’arsenale militare sovietico e quello statunitense, con quest’ultimo in posizione sfavorevole. L’aggressività del democratico si ripropose anche nella “questione cubana”. Quando la vittoria di Fidel Castro a Cuba pareva intollerabile alla maggiorparte degli americani, JFK accusò Nixon (che era vicepresidente con Eisenhower) di non aver dato prova di fermezza. Nel momento in cui Kennedy divenne presidente iniziò col botto, continuando a presentare un’America muscolare. L’operazione “sbarco nella baia dei porci” si rivelò un disastro ed è anche a causa di questo attacco forsennato che la dirigenza URSS decise di installare nell’isola di Cuba i propri missili. Il presidente democratico fu attendista ed assennato attendendo il momento in cui Kruscev decise di rinunciare all’installazione dei missili nelle basi cubane, ma ciò che spesso viene sottaciuto, è che il leader sovietico ottenne in cambio l’impegno degli USA di astenersi da altri tentativi d’invasione di Cuba e (in seguito) il ritiro dei missili americani stanziati in Italia e in Turchia. Scontrandomi contro l’idea di Oliver Stone (riportata nel film: “JFK, Un caso ancora aperto”), che voleva un Kennedy ucciso da mafia, esercito, politici e industriali, perché voleva smussare l’impegno in Vietnam, voglio rimarcare che JFK finanziò le forze armate del Vietnam del Sud, che aumentò il numero dei consiglieri militari e che fece inviare un sacco di mezzi, tra questi, in maggior numero elicotteri.

Se poi decidiamo di soffermarci sul programma per i diritti umani non esistono dubbi di sorta. Gran parte del merito spetta all’uomo politico Lyndon Johnson ed al periodo in cui fu alla presidenza degli USA (successe a Kennedy).

Kennedy ha comunque un’infinità di meriti, l’opinione comune vuole un predominio dei fatti sulle parole, ma quanti fatti sono seguenti al buon utilizzo della retorica? Cosa sarebbero stati gli States e il mondo senza le frasi a effetto del presidente Kennedy o senza il suo sorriso?

JFK è diventato una vera e propria icona, forse il suo migliore impegno politico si è palesato nella creazione di un mito che lo riguardava, è un mito che splendeva ed aveva risonanza prima ancora che una tragica morte lo colpisse.

 

    “Senza voler togliere nulla a quel genere di coraggio che porta alcuni uomini a morire, non dobbiamo dimenticare quegli atti di coraggio grazie ai quali gli uomini vivono; il coraggio della vita quotidiana è spesso uno spettacolo meno grandioso del coraggio di un atto definitivo, ma resta pur sempre una miscela magnifica di trionfo e di tragedia...

    Un uomo fa il suo dovere, a dispetto delle conseguenze personali, nonostante gli ostacoli, i pericoli e le pressioni, e questo è il fondamento della moralità umana; in qualsiasi sfera dell'esistenza un uomo può essere costretto al coraggio, quali che siano i sacrifici che affronta seguendo la proprio coscienza: la perdita dei suoi amici, della sua posizione, delle sue fortune e persino la perdita della stima delle persone che gli sono care.

    Ogni uomo deve decidere da sé stesso qual è la via giusta da seguire; le storie che si raccontano sul coraggio degli altri ci insegnano molte cose, possono offrirci una speranza, possono farci da modello, ma non possono sostituire il nostro coraggio... per quello ogni uomo deve guardare nella propria anima.”

 

John Fitzgerald Kennedy.

“Profiles in Courage” di John Fitzgerald Kennedy.  

 

RIFERIMENTI

-Gianni Bisiach, Il Presidente: la lunga storia di una breve vita, Grandi tascabili economici Newton, 1993.

-Jim Garrison, JFK - Sulle tracce degli assassini, Sperling Paperback, 2003.

-Arthur M. Schlesinger Jr., I Mille giorni di John F. Kennedy alla Casa Bianca, trad. di Giancarlo Carabelli, Rizzoli Editore, Milano, 1966. 

-Sergio Romano, Kennedy? Non è stato un grande presidente, Corriere della sera, 2013.

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