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Quando ero ragazzina, al liceo, capitava che tornassi a casa a pranzo e parlassi con mia madre della giornata, e desiderosa di accettazione sociale, forse, ma anche convinta assertrice dei pareri delle mie amiche del cuore di allora, esprimevo pareri severi su questo o quel compagno di classe. Quello troppo composto, quello a modo, quello per me molto snob - (ma anche forse disadattata - lo snobismo è un grande alibi dei disadattati), troppo ordinario. 

Mia madre allora diceva: "ma lui è contento così". E anche dopo, mi sa anche adesso quando parliamo di mondi, scelte, piaceri sideralmente lontani dai nostri mia madre diceva e dice "lasciala in pace, lascialo tranquillo: lui è contento così". 

Per molto tempo - "lui è contento così" mi ha molto irritato. Di certi pensavo che dipendesse dal fatto che a lei quel così piacesse - un errore, a guardare la sua vita in prospettiva - invece oggi quando mi confronto con vite molto distanti, quella roba li detta con una voce alle volte piana, ferma, quotidiana  - lui è contento così passami l'olio - oppure con una specie di umorismo materno - lui è contento così occheccivoi fare versami un bicchiere di vino - è una cosa che mi rimane dentro, di cui capisco solo da madre? da adulta? boh il senso.

Questo senso ha a che fare con quel concetto junghiano interessante, per gli analisti e per i romanzieri, in particolare - che è il processo di individuazione.  Una cosa che alle volte  - con cipiglio capitalista mi rendo conto - mi viene da chiamare "carriera esistenziale". Come se scrivere di persone quando si fa letteratura fosse la descrizione di una carriera esistenziale che può essere molto lontana dalla tua, e come se lavorare in stanza fosse aiutare qualcuno in una carriera esistenziale che non sta raggiungendo il suo disegno psichico. Il suo - "lui è contento così" - esteticamente, eventualmente - lontano da te.

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