Politica

Il crimine non si combatte in ufficio

Lettera aperta a Giuseppe Conte

Gentile Presidente,
Le scrivo in quanto cittadino che ha perso la fiducia nel sistema politico italiano; e, in quanto tale, dal 1994 diserto le urne, confortato dalla compagnia di oltre il 50% dei cittadini elettori. Perché, se è vero che il sistema elettorale proporzionale ha generato lo scandalo di Tangentopoli, è altrettanto vero che i sistemi elettorali che ne sono venuti dopo, comunque, impediscono al cittadino di eleggere per il delicatissimo compito di fare politica i candidati che possiedono una riconosciuta competenza per quella funzione.
Quando, in politica vengono sciorinati dati statistici carenti di alcuni elementi di valutazione che rendono realistico il dato sul quale si vuole esibire il proprio distinguo politico, come da molti anni oramai a questa parte e come al solito, si fa una insopportabile demagogia.
Mi riferisco ai recenti fatti di cronaca che chiamano in gioco le violenze nelle manifestazioni ed il comportamento delle forze dell’ordine, episodi che stanno costituendo, inevitabilmente, elementi di fortissima attrazione per i politici che occupano i seggi del Parlamento, per cui i dati con i quali cercano di apparire credibili conoscitori della materia, in realtà, i pronunciamenti che ne discendono sono pura demagogia.
Mi capita spesse volte di ragionare su alcuni dati statistici inerenti materie che incidono sulla qualificazione della società in cui viviamo; in queste occasioni, prima di arrivare ad un fermo convincimento, i miei trascorsi scolastici mi richiamano ad una frase attribuita a Cicerone, ma di sicura matrice pitagorica, “Numerus rerum omnium nodus” che significa “il numero è il nodo di tutte le cose”, e quindi, nella sua assoluta asciuttezza, funge da punto centrale (“nodo”) per l’analisi e la conoscenza. I suoi recenti pronunciamenti in tema di ordine pubblico e forze dell’ordine, evidenziano, un’analisi carente negli elementi fondamentali di valutazione; perché, anche se i dati sono attinti dalla fonte naturale, ovvero il Ministero dell’Interno e nello specifico il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, essi comunque non fotografano la realtà oggettiva, perché la loro parziale incompletezza è decisamente condizionata dai sindacati di polizia che per legge siedono anche nel consiglio di amministrazione del Ministero, che è il luogo deputato dove vengono decise ed avallate le carriere o le bocciature.
I dati, aggiornati al 2025-2026, sulla realtà oggettiva del numero delle forze di polizia ci raccontano che il nostro Paese si colloca tra i più militarizzati al mondo, con circa 467,2 poliziotti attivi ogni 100.000 abitanti. Per capire meglio l’entità del dato di questo rapporto è doveroso dare un’occhiata agli altri paesi europei simili al nostro (59 milioni di abitanti) e scopriamo che la Germania con una popolazione stimata intorno agli 83,5-84 milioni di persone conta 317 poliziotti ogni 100.000 abitanti; la Francia con una popolazione stimata intorno ai 69.1 milioni di persone conta 371 poliziotti ogni 100.000 abitanti; la Spagna con una popolazione stimata intorno ai 49.3 milioni di persone conta 378 poliziotti ogni 100.000 abitanti; quindi, siamo obbligati a scoprire che l’Italia si colloca ai vertici in Europa, con un numero totale di agenti che assicura un’elevata presenza territoriale e relativamente alla densità è terza nel mondo dopo Russia e Turchia.
Quindi caro presidente, con i dati appena esposti, si capisce all’incanto che il problema non risiede sul numero dei poliziotti, ma piuttosto sull’impiego che si fa di essi. Il giorno 1° aprile 1981 fu varata dal Parlamento la legge n. 121 che smilitarizzava il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza ed apriva le porte anche alle donne in polizia; lei aveva 17 anni, ma l’eco sociale di quella norma non le sarà sicuramente sfuggito. Ebbene, quella legge all’articolo 36 tuttora vigente recita:” …. Allo espletamento delle funzioni di carattere amministrativo, contabile e patrimoniale, nonché delle mansioni esecutive non di carattere tecnico ed operaie si provvede con personale appartenente ai ruoli dell’Amministrazione civile dell’interno…” ma, questo postulato, con la privatizzazione giuridica del rapporto di pubblico impiego (D.lgs. 29/1993) viene continuamente disatteso, per cui, sempre per meglio comprendere il problema, dobbiamo fare ricorso ad un contesto concettualmente molto efficace per rendere l’idea di cosa stiamo analizzando: l’improprio utilizzo dei poliziotti negli uffici a svolgere le funzioni, la cui titolarità la legge di riforma sopra richiamata, assegna al personale appartenente ai ruoli dell’Amministrazione civile dell’interno. Ma, data la sistematicità del fenomeno, i sindacati di polizia
hanno dato vita ad una nuova figura professionale, non più un ruolo operativo, ma un ruolo tecnico; in pratica, sempre un poliziotto ma legalmente inserito in un ufficio ed esonerato dallo svolgimento dei compiti d’istituto.
Va detto per onestà intellettuale che questa tendenza è stata da sempre assentita da tutte le compagini politiche che sin qui hanno governato; quindi, chi più chi meno, siete tutti indistintamente coinvolti. Pur di non rispettare i dettati normativi (sempre art. 36 della 121/81) il Ministero dell’Interno fa ricorso all’uso del lavoro interinale, quello per capirci “usa e getta”, per cui la professionalità acquisita dal lavoratore interinale scade con la scadenza del suo contratto di lavoratore somministrato, tutto ciò accade, pur sapendo tutti (deputati e senatori) che le competenze istituzionali previste dalla Costituzione per quanto riguarda il Ministero dell’Interno, non sono Yogurt in scadenza.
Ci sarebbe da riflettere anche sull’aspetto economicamente non irrilevante, ovvero, l’inutile costo dell’equipaggiamento di un poliziotto costituito dalla divisa e dall’arma in dotazione, nonché lo stipendio lordo che rispetto a quello pari livello dell’impiegato civile è quasi il doppio e che gravano sulle spalle dei contribuenti.
Voglio augurarmi che Lei sapesse dell’esistenza di questi dati statistici ed ha avuto quei pronunciamenti in relazione alle forze dell’ordine solo per la mera propaganda, diversamente, se non era a conoscenza di questi dati può sempre usarli per avere un quadro chiaro sull’argomento.
La saluto con un pensiero dello scrittore e drammaturgo irlandese George Benard Shaw che recita testualmente:” Chi può fa, chi non può insegna” declinabile anche come “Chi sa fa, chi non sa insegna”.

Montorio al Vomano 05/02/2026
Domenico Pavone

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