Il silenzio delle urne quando l’astensione diventa un grido
Si attribuisce a Cicerone, ma è sicuramente di matrice pitagorica, la seguente frase latina “Numerus rerum omnium nodus” che significa “il numero è il nodo di tutte le cose”, e che, nella sua assoluta asciuttezza, funge da punto centrale (“nodo”) per l’analisi e la conoscenza.
Un dato che dovrebbe allarmare tutti gli “addetti ai lavori” è la sempre più progressiva scarsità dell’affluenza alle urne da parte dei cittadini elettori, quando, essi sono chiamati a pronunciarsi con il loro voto per il rinnovo delle cariche elettive sia politiche che amministrative. Se prendiamo in considerazione il 1992 come l’anno che, con la scoperta dello scandalo definito Tangentopoli, segna la fine della prima repubblica; alle elezioni politiche tenutesi il 05/04/1992 si registra che l’affluenza alle urne fu dell’87,35% per la Camera dei deputati e dell’86,80% per il Senato.
Da quello scandalo emersero tutte le ruberie o i finanziamenti illeciti cui attingevano tutti i partiti per mantenere in piedi i loro apparati organizzativi; e le analisi politiche del tempo individuarono nel sistema elettorale proporzionale la causa che diede origine al fenomeno. Perciò da più parti si avvertì la necessità di dotare lo Stato di una nuova legge elettorale, per cui vennero chiamati a pronunciarsi i cittadini elettori con un referendum tenutosi il 18 aprile 1993, il cui quesito referendario, approvato a larga maggioranza, era intervenuto sulla legge elettorale del 1946 limitatamente al Senato, abrogandone alcune disposizioni in modo da trasformare il previgente sistema proporzionale in un sistema a base maggioritaria.
La legge Mattarella recepì le indicazioni del referendum per il Senato e le estese anche alla Camera con due apposite leggi: la legge 4 agosto 1993, n. 276 titolata Norme per l’elezione del Senato della Repubblica e la legge 4 agosto 1993, n. 277 titolata Nuove norme per l’elezione della Camera dei deputati.
Con queste due leggi si ottenne la distribuzione dei seggi attraverso una parte maggioritaria (75%) ed una proporzionale (25%); in sintesi, esse prevedevano: a) dei collegi plurinominali, dove il territorio era diviso in circoscrizioni plurinominali (regionali per il Senato, più ampie per la Camera); b) la lista bloccata e capolista, per cui ogni partito presentava liste di candidati in questi collegi (con i capilista in testa), e i seggi venivano attribuiti ai candidati nell’ordine di lista, dopo il capolista; c) elezione dei capilista, per cui se un candidato (il capolista) era presente in più collegi e otteneva seggi in più di uno, veniva eletto nel collegio proporzionale dove aveva ricevuto più voti (o il miglior risultato di lista, a seconda della normativa specifica per il seggio) e i restanti seggi andavano agli altri candidati della lista.
Pertanto, nella parte maggioritaria (75%) nei collegi uninominali, quindi un seggio per ogni collegio, vinceva chi prendeva più voti; mentre, nella parte proporzionale (25%) con collegi plurinominali, i seggi venivano distribuiti con metodo proporzionale tra liste e candidati. Perciò, nel proporzionale non era il singolo “capolista” a essere eletto proporzionalmente, ma la lista, che poi eleggeva i suoi candidati secondo l’ordine prestabilito (con i capilista che occupavano i primi posti).
Esprimo una prima considerazione dicendo che un sistema elettorale funziona ed è efficace, quando è capace di registrare una elevata affluenza alle urne dei cittadini elettori. Ora, se concentriamo l’analisi su questo basilare aspetto delle elezioni politiche tenutesi dopo il 1994, comprese le ultime elezioni amministrative regionali, emerge in maniera chiara che il dato statistico dell’affluenza alle urne decresce in maniera costante, infatti: le elezioni politiche del 21/04/1996 registrano l’82,88% alla Camera e l’82,21% al Senato; in quelle del 13/05/2001 alla Camera si registra l’81,38% in quota proporzionale e l’81,54% in quella uninominale e l’81,32% al Senato; le elezioni politiche del 09/04/2006 ci dicono che per la Camera si è recato alle urne l’83,62% dei cittadini elettori e l’83,50% per il Senato; quelle del 13/04/2008 ci dicono che per la Camera si è recato alle urne l’80,51% e l’80,40% per il Senato; nelle elezioni politiche del 04/03/2018 si ha un 72,94% alla Camera ed un 73,01% al Senato; le ultime elezioni politiche, quelle del 25/09/2022 ci dicono che per la Camera si è recato alle urne il 63,91% ed il 63,81% per il Senato. Ed infine, le ultime elezioni amministrative regionali ci attestano che in Calabria si sono recati alle urne il 43,15% dei cittadini elettori aventi il diritto, in Toscana il 47,73%, nelle Marche il 50,01% ed in Campania il 44,10%. La crudezza di questi dati è originata da diverse motivazioni; la prima risiede nel peggioramento qualitativo delle leggi elettorali che a partire dal cosiddetto Mattarellum, scivolano nel Porcellum, non a caso il ministro Calderoli definì così la riforma della sua legge elettorale, per arrivare, dopo la bocciatura della Corte Costituzionale all’Italicum ed infine alla legge del 3 novembre 2017, n. 165 detta Rosatellum, ovvero dal nome del suo relatore Ettore Rosato, un ragioniere commerciale prestato alla politica. Una considerazione non può essere sottratta all’analisi, ovvero che con il referendum tenutosi il 18 aprile 1993, i cittadini elettori espressero la volontà di voler essere governati dai migliori candidati direttamente eletti con un sistema elettorale che consentisse la messa in pratica di questa volontà; ma, l’estensore del Mattarellum, se ne guardò bene di formulare una legge che aderisse pienamente a questa volontà espressa attraverso il referendum, anzi, disattese questa volontà introducendo nella sua legge il meccanismo della quota proporzionale, per cui chi veniva bocciato nel collegio uninominale, se era nelle grazie del capopartito e presente nella lista della quota proporzionale, comunque avrebbe occupato uno dei seggi del Parlamento.
Un’altra motivazione trova le sue fondamenta nella deriva in cui, dal 1992, sono cadute le istituzioni più importanti previste dalla nostra costituzione; pertanto, questa constatazione ci obbliga a prendere in esame l’operato dei presidenti della repubblica, perché, garanti dell’osservanza dei principi contemplati nella Carta costituzionale. Sotto questo profilo si può definire ineccepibile il comportamento del Presidente della Repubblica dell’epoca, Francesco Cossiga, sotto il cui mandato accadde la caduta del muro di Berlino, che segnò la fine non solo di un tempo storico ma anche l’obbligo di avere la consapevolezza di che cosa avrebbe comportato quell’evento, ma il presidente Cossiga, inutilmente, cercò di mettere in guardia la classe politica del tempo.
Gli, successe il Presidente della Repubblica del “NON CI STO” ovvero il devotissimo mariano Oscar Luigi Scalfaro, il quale, a differenza dei suoi predecessori quando era ministro dell’interno, ritenne che le dichiarazioni dell’ex direttore del SISDE Riccardo Malpica, ovvero la dazione di 100 milioni di Lire al mese al ministro per gestire affari riservati, fossero destabilizzanti, quindi non vere nel suo caso, ma vere per quanto riguardasse gli altri ministri dell’interno.
Sotto questo “particolare” Presidente della Repubblica si avrà il referendum e le conseguenti leggi elettorali a firma di Mattarella, che teoricamente non contraddicono l’articolo 48 della Costituzione che recita:” Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età…Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Ecco, proprio questo esercizio, definito dovere civico; è sempre più scemato come ci affermano i più recenti dati sull’affluenza alle urne.
I cittadini elettori che disertano le urne e che oggi sono la maggioranza silenziosa del paese fanno capire che rifiutano un Parlamento dove deputati e senatori sono solo dei nominati scelti dai capipartito, apparentemente eletti da chi si è recato alle urne, e non ne possono più delle geremiadi che ogni fine anno i Presidenti della Repubblica rivolgono agli italiani, perché quelle parole non sono altro che prolisse lamentale che disturbano ed infastidiscono chi sbadatamente le ascolta.




