Musica e spettacolo

45 anni fa Keith Jarrett entrava nel mito

Prendete un pianista statunitense di trent’anni. Prendete poi un pianoforte non accordato, con un pedale rotto. Mettete tutto all’Opera Haus di Colonia. Quello che ne verrà fuori, inaspettatamente, è sublime. Quel giovane pianista è Keith Jarrett, talento raro che ha già suonato con i grandi del calibro di Miles Davis, Art Blakey, un fuoriclasse assoluto capace di cose straordinarie. Quel pianoforte è un Bösendorfer, raccattato dietro le quinte dell’Opera Haus di Colonia, non il piano di sua scelta.

Chi conosce Jarrett conosce anche le sue stravaganze, la sua indole inquieta, meticolosa e imprevedibile, un artista capace di mollare il palco per un colpo di tosse in sala. Jarrett però si siede comunque al piano, è il 24 gennaio del 1975, nessuno sa esattamente cosa sta per accadere. L’improvvisazione di Jarrett supera ogni possibile aspettativa, le note jazz si susseguono fluide, morbide e inaspettate, lasciando scorgere tutte le influenze classiche e gospel dell’artista. È una sessione intima, Jarrett e il Bösendorfer si fondono in un’unica tempesta di emozioni, libere da strutture metriche, note leggere e travolgenti. Mentre lo strumento si arrende al suo genio artistico, Jarrett deve aver ripensato alle parole di Gershwin: la vita è molto simile al jazz, viene meglio quando si improvvisa. Non c’è nulla tra Jarrett e lo strumento, non ci sono spartiti, né tempi né sequenze, ci sono solo loro due mescolati in un tutt’uno straordinario: è pura espressione, è pura libertà. La registrazione di quella magica nottata diventerà uno dei più grandi successi discografici jazz di tutti i tempi, oltre 3 milioni e mezzo di album venduti. Non è un caso. Ascoltare The Köln Concert è un’esperienza quasi trascendentale, ricongiunge l’ascoltatore con la natura più pura e viscerale della musica jazz. A distanza di 45 anni quella registrazione è qui a ricordarci che nonostante la nostra continua ossessione per il controllo, la prevedibilità, le strutture e i rischi calcolati, è nelle emozioni più inaspettate, nell’improvvisa rivelazione di uno stato d’animo, nel coraggio di esplorare nuovi mondi, che la vita si mostra a noi in tutta la sua bellezza. Il successo di The Köln Concert è il sintomo del bisogno sfrenato del ritorno all’incanto, in un mondo disincantato. Inserire The Köln Concert in una categoria precisa e predefinita è un’impresa destinata a fallire, perché l’intera sessione è un viaggio che attraversa diversi mondi, ricco di sfumature, che suscita una sconfinata varietà di emozioni. Jarrett ci dimostra, in questo percorso, che la natura umana è composta da una moltitudine di anime che abitano in noi e ci scorrono addosso in un flusso continuo, che solo l’arte di grandi geni come Jarrett riesce a trasmettere. 

Claudio D'Angelo

Analista per l'istituto di ricerca sui rischi geopolitici Triage Duepuntozero

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