Politica

Quando una generazione smette di chiedere permesso

Ci sono momenti in cui una città sembra improvvisamente diventare lo specchio di ciò che un’intera generazione porta dentro da anni, e allora Madrid e Parigi, pur così diverse per storia, carattere e memoria, finiscono per assomigliarsi nelle immagini dei loro giovani che scendono in strada, occupano le piazze, bloccano gli ingressi delle scuole, alzano cartelli improvvisati e gridano contro istituzioni che, ai loro occhi, hanno smesso da tempo di ascoltare, perché dietro la rabbia non c’è soltanto il desiderio di contestare un governo o di rovesciare una decisione, ma la sensazione molto più profonda e dolorosa che il futuro sia diventato qualcosa che altri hanno già deciso senza domandare loro se intendano viverlo.
A Madrid il grido nasce soprattutto dalla casa, da un diritto che per molti giovani si è trasformato in una promessa continuamente rinviata, in un affitto che divora lo stipendio, nell’impossibilità di lasciare la famiglia, nella paura di diventare adulti senza riuscire mai davvero a costruirsi uno spazio proprio; nelle strade della capitale spagnola migliaia di persone hanno trasformato la protesta per la casa in una contestazione più ampia della politica, del mercato immobiliare e di un sistema che appare incapace di garantire alle nuove generazioni ciò che per quelle precedenti sembrava quasi normale.
A Parigi, invece, la miccia è stata accesa soprattutto nelle scuole: mancano insegnanti, le aule sono sovraffollate, gli edifici vengono descritti come degradati e una parte degli studenti sente che persino il diritto a ricevere un’istruzione dignitosa dipenda ormai dalla zona della città in cui è nato.
E poi c’è la violenza, la parola che inevitabilmente finisce per occupare i titoli dei giornali e che rischia di divorare tutte le altre, perché un cassonetto incendiato, una vetrina infranta, uno scontro con la polizia sono immagini immediate, spettacolari, impossibili da ignorare, mentre la lenta erosione della fiducia, la precarietà, l’ansia per il futuro e la sensazione di essere esclusi dalle decisioni che riguardano la propria vita non producono fotografie altrettanto potenti; così alcuni giovani arrivano a convincersi che soltanto quando la protesta diventa rumorosa, scomoda, incontrollabile e persino pericolosa il potere sia finalmente costretto a voltarsi, e nasce una convinzione terribile nella sua semplicità: se parli piano nessuno ti sente, se fai rumore almeno qualcuno sarà costretto ad ascoltarti.
È una convinzione che va compresa senza necessariamente essere accettata, perché racconta una frattura prima ancora che una strategia politica: quando un ragazzo pensa che la protesta pacifica sia destinata a perdersi nei corridoi delle istituzioni, non sta soltanto scegliendo una forma più radicale di contestazione, sta confessando di non credere più nei normali canali attraverso cui una democrazia dovrebbe trasformare il disagio in decisione; e proprio qui si trova il punto più inquietante delle piazze di Madrid e Parigi, perché il problema non è soltanto ciò che alcuni manifestanti fanno, ma ciò che li ha portati a ritenere che nessuno avrebbe prestato attenzione prima che arrivassero le barricate, i cordoni di polizia, i fumogeni e gli scontri.
A Parigi questa tensione è diventata particolarmente evidente: le manifestazioni, nate nelle periferie e rapidamente estese a moltissime scuole, hanno assunto dimensioni nazionali e in alcuni casi sono sfociate in episodi violenti, con migliaia di arresti e numerosi feriti; contemporaneamente, però, centinaia di migliaia di persone hanno partecipato alle mobilitazioni per sostenere le rivendicazioni degli studenti, dimostrando che ridurre tutto alla presenza di facinorosi significherebbe non vedere la domanda sociale che esiste sotto il rumore degli scontri.
Ed è proprio qui che diventa necessario interrogarsi sulle eventuali infiltrazioni politiche senza cadere nella tentazione di trovare una spiegazione semplice a una realtà complessa: è legittimo domandarsi se partiti, movimenti organizzati o gruppi ideologici tentino di cavalcare una protesta nata altrove, ed è documentato che in Francia esistano accuse delle autorità secondo cui esponenti della sinistra radicale avrebbero contribuito a orientare o esasperare il movimento; ma altre ricostruzioni sottolineano che le proteste sono nate spontaneamente tra gli studenti, prima dell’intervento delle strutture politiche, e che proprio questa origine rende impossibile liquidarle come una semplice operazione di partito.
La differenza è fondamentale, perché una protesta può essere contemporaneamente autentica e successivamente utilizzata dalla politica, così come può contenere al suo interno persone con idee diverse, organizzazioni strutturate, gruppi spontanei e individui che agiscono per ragioni completamente personali; cercare l’infiltrato come se la sua eventuale presenza bastasse a spiegare tutto significa spesso fare un torto proprio a quei giovani che sono scesi in strada perché qualcosa nella loro vita quotidiana non funziona, e significa anche offrire al potere una scorciatoia: invece di rispondere alle domande, può limitarsi a denunciare chi, secondo lui, le starebbe manipolando.
Madrid racconta qualcosa di simile attraverso la casa: la protesta è stata alimentata da una vicenda concreta, quella dello sfratto di un’anziana di 87 anni ,che purtroppo oggi ci ha lasciato , ma è rapidamente diventata il simbolo di una condizione molto più vasta, soprattutto per una generazione che vede allontanarsi l’indipendenza economica e la possibilità di costruire un’esistenza autonoma.
E quando decine di migliaia di persone riempiono una strada, quando le chiavi delle case diventano strumenti di protesta e quando la richiesta di una soluzione abitativa si trasforma nella minaccia di uno sciopero generale, la questione non può più essere confinata alla cronaca di un singolo sfratto: diventa una domanda rivolta all’intero modello sociale.
Forse il punto più drammatico, allora, non è stabilire se quei ragazzi abbiano ragione quando pensano che soltanto la violenza possa renderli visibili, ma domandarsi perché una parte di loro sia arrivata a crederlo; perché una generazione cresciuta con la possibilità di comunicare istantaneamente con milioni di persone abbia la sensazione di non riuscire a farsi ascoltare proprio da chi prende le decisioni, perché debba occupare una strada per essere ricevuta in una stanza, perché debba trasformare il proprio disagio in emergenza prima che qualcuno lo consideri una questione politica degna di risposta.
La violenza, tuttavia, contiene una contraddizione terribile: può attirare l’attenzione, ma può anche permettere a chi governa di smettere di parlare del problema e cominciare a parlare soltanto dell’ordine pubblico; può costringere le telecamere a puntare sulla piazza, ma può oscurare le ragioni per cui quella piazza è nata; può produrre paura, indignazione e immediatezza, ma raramente costruisce da sola una soluzione duratura. E quando a Parigi gli scontri hanno accompagnato una mobilitazione nata intorno a problemi concreti della scuola, il rischio è stato proprio quello di vedere le ragioni degli studenti schiacciate sotto il peso delle immagini della guerriglia urbana.
Eppure sarebbe altrettanto facile, e forse altrettanto sbagliato, guardare quelle piazze dall’alto con il distacco di chi pensa che i giovani debbano semplicemente aspettare, rispettare le procedure e avere pazienza, perché la pazienza diventa una parola crudele quando viene pronunciata da chi non teme di perdere la propria casa, quando viene rivolta a chi entra in una classe senza insegnante, a chi non può permettersi un affitto, a chi vede davanti a sé decenni di precarietà e sente che ogni anno trascorso senza risposte è un anno sottratto alla propria possibilità di scegliere.
Madrid e Parigi, allora, non sono soltanto due capitali attraversate da proteste: sono due luoghi in cui una generazione sta mettendo alla prova la promessa stessa della democrazia, quella secondo cui essere cittadini significa poter trasformare il proprio disagio in una voce capace di arrivare fino alle istituzioni; e se quella promessa fallisce, se i giovani imparano che per ottenere una risposta bisogna prima diventare un problema, allora il vero pericolo non è soltanto la violenza nelle strade, ma qualcosa di più profondo e duraturo: la perdita della fiducia nel fatto che le parole, le elezioni, le assemblee, le manifestazioni pacifiche e il confronto civile possano ancora cambiare qualcosa.
Forse è questo il messaggio più potente che arriva dalle piazze europee: non bisogna romanticizzare la violenza, ma nemmeno usare la violenza di alcuni per cancellare la disperazione di molti; bisogna distinguere il gesto dalla causa, l’infiltrazione dalla partecipazione politica, il vandalismo dalla protesta, la rabbia dalla manipolazione, perché soltanto facendo queste distinzioni si può ascoltare ciò che quei giovani stanno davvero dicendo sotto il frastuono.
E ciò che stanno dicendo, in fondo, è terribilmente semplice: non vogliamo essere la generazione a cui viene chiesto soltanto di aspettare.
Vogliono una casa, una scuola che funzioni, un futuro che non sembri già ipotecato, la possibilità di diventare adulti senza sentirsi continuamente ospiti di un mondo costruito da altri; e quando una generazione arriva a gridare questo nelle strade di due grandi capitali europee, la domanda che dovrebbe inquietare più di qualsiasi sirena non è soltanto perché quei ragazzi protestino, ma quanto ancora una società possa permettersi di non ascoltarli.

Sergio Giangregorio

Direttore Responsabile magazine online Convincere. Laureato in scienze politiche e relazioni internazionali. Perfezionato presso L’Università degli Studi Roma 3 in “Modelli Speculativi e ricerche educative nell’interazione multimediale di primo e secondo livello“ Docente universitario a contratto in materie investigative con specifico expertise sulla sicurezza in aree urbane, sulle tecniche di intelligence e di peacekeeping. Esperto di comunicazione in situazioni estreme. Giornalista investigativo ed analista di intelligence, come Ghost writer ha elaborato numerosi studi strategici coprendo tutti i teatri di guerra dai balcani, al vicino oriente seguendo i conflitti in Afganistan, Iraq e nel nord-Africa. Presidente del Centro Europeo Orientamento e Studi – Ente morale di diritto privato per la difesa dei diritti civili. Direttore Scientifico dell'Istituto di Ricerca sui rischi geopolitici Triage Duepuntozero.
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