Politica

In ricordo di MARCO PANNELLA

  Caro Marco, ebbene sì! Il prossimo 19 maggio saranno trascorsi dieci anni dalla tua scomparsa. Non so quanti avvertiranno il dovere di soffermarsi e riflettere su cosa sei stato come protagonista, non solo politico, di questa Italia, oggi, smarrita nei pettegolezzi, nelle scaramucce politiche, nell’incompetenza e nell’incapacità di governare seriamente. Come tacere, che la trama della tua vita personale ha coinciso, innumerevoli volte, con la trama della vita collettiva della nostra società civile; perciò, mi verrà difficile rammentarle tutte insieme e quindi, mi sarà inevitabile risalire solo alcuni dei tanti affluenti che hanno alimentato il fiume in piena della tua biografia politica e privata.

  Sei nato e cresciuto in un ambiente familiare bilingue (italiano-francese) dell’agiata borghesia agraria abruzzese, frequentato tanto da fascisti quanto da antifascisti, sia da ebrei che da stranieri, hai maturato fin dalla giovane età idee liberali e antirazziste. In anticipo su tutto, il 17 marzo 1953  a soli 22 anni, ti sei laureato in giurisprudenza all’Università di Urbino, dopo una discussione della tesi (L’UGUAGLIANZA GIURIDICA DEI CITTADINI NELLA COSTITUZIONE ITALIANA), molto animata (perciò il voto di 66/110),durata più di due ore con il relatore Marino Bon Valsassina, ben noto giurista di idee monarchiche.

  Sei stato il primo in tante cose, senza mai sentirti tale: nella tua visione politica, infatti, non esistevano avanguardie, ma solo persone un po’ in ritardo. Vedevi e pre-vedevi scenari che gli altri non riuscivano neppure a immaginare. In anticipo su tutti, haiintuito la crisi della rappresentanza politica e della democrazia parlamentare, cui hai cercato di porre rimedio prima con la Lega per l’uninominale, poi promuovendo – con Mario Segni ed altri – i referendum elettorali degli anni Novanta, “gambizzati”, però, dall’introduzione di quella quota di elezione proporzionale del Mattarellum. Al posto del pacifismo ad oltranza, che dice tutto e dice niente, hai predicato e praticato la nonviolenza come forma dell’agire politico.

  In un comizio a Bologna, rivolgendoti all’allora potentissimo De Mita lo rimproverasti “per il rigore delle pensioni di invalidità a persone per fortuna valide in luogo della promozione del lavoro, denunciando che, per il Sud, quella sembrava essere diventata l’unica politica di sviluppo. Ed ancora, sempre in quel comizio nel 1987: “La pensione a 50 anni è una coglionata, come lo sono le baby pensioni, le pensioni ai funzionari di partito, ai parlamentari, ai dirigenti, ai consiglieri regionali, provinciali, comunali, sono soldi che pagherete e pagheremo, ma che pagheranno soprattutto i disoccupati, i pensionati, la gente povera…”, gridasti questo pensiero riferendoti agli stratosferici interessi sul debito che lo Stato pagava e che molti cittadini-risparmiatori sembravano contenti di incassare.

  Il genio che ti è stato connaturato, e, in quell’Italia dove la rappresentanza politica non è e non era elettoralmente accessibile a tutti, hai avuto il grande merito di scoprire la seconda scheda, quella referendaria. L’hai messa in mano a ciascun elettore, chiamato a decidere se abrogare una legge o – con i quesiti manipolativi – addirittura riscriverla. Attraverso questo inedito canale di decisione politica, hai permesso al Paese di esprimersi su temi altrimenti sequestrati, come il divorzio e l’aborto, la depenalizzazione delle droghe leggere e la fecondazione assistita. Hai posto al centro del dibattito pubblico il tema del finanziamento ai partiti, la politica energetica, la responsabilità civile dei magistrati, le libertà economiche e sindacali. L’altro strumento giuridico da te concepito è stato l’uso della questione di costituzionalità come canale alternativo di riforma legislativa. Disobbedendo pubblicamente a una legge ingiusta, da militante radicale andavi intenzionalmente a processo per chiedere al giudice che doveva esprimersi di impugnarla davanti alla Corte costituzionale, sapendo che la Consulta non risponde al consenso popolare, ma alla legalità costituzionale, e quindi se quella legge fosse stata illegittima sarebbe stata cancellata.

  Altro colpo del tuo genio, fu il referendum per l’abolizione del sostituto d’imposta, per eliminare la ritenuta alla fonte obbligatoria; una proposta storica il cui obiettivo era far ricevere ai lavoratori l’intero stipendio lordo, rendendoli responsabili del pagamento diretto delle imposte, aumentandone la consapevolezzanon solo fiscale, ma soprattutto quella di essere un cittadino e non un suddito. Per mantenere in piedi il partito radicale hai disinvestito o alienato tutte le proprietà ed i beni di famiglia, mentre, con ineguagliata coerenza, con un banchetto montato a piazza del Pantheon, ad ogni cittadino che ne avrebbe fatto richiesta, restituivi, fino ad esaurimento, la scorta dei 50 €, quale rimborso elettorale, da te rifiutato, ma prevista dalla norma sul finanziamento pubblico dei partiti, abolita solo nel 2014 dalla legge n. 13.

  Fin dall’inizio degli anni Settanta, quindi in tempi non sospetti, nella tua fervida mente trovano lo spazio le battaglie contro il debito pubblico e contro quel sistema di welfare irresponsabile,perché troppo generoso e inefficiente; perciò, indicavinell’abbattimento del debito pubblico una priorità assoluta, a tal punto che nel 1981 portasti in Parlamento, con emendamenti e proposte normative, un piano di riassorbimento annuo del 7 per cento. Il tuo modus operandi non discendeva da un innato rigorismo e antistatalismo, ma dalla maturata diffidenza nei confronti di una partitocrazia clientelare, che utilizzava la spesa pubblica, presente e futura, per acquistare il consenso elettorale e occupare manu militari i gangli della burocrazia e dell’industria di Stato.

  Non essendo, per nascita e per estrazione culturale un campanilista, hai ideato e condotto la battaglia per la Moratoria Universale delle esecuzioni capitali e, non visitando a vuoto le carceri durante le festività, nel 1993 fondasti a Bruxelles l’associazione Nessuno tocchi Caino che con la sua azione fece accertare l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo. Sei stato veramente il Signor Hood della politica italiana, come ti ha cantato Francesco De Gregori nell’omonima canzone a te dedicata accompagnata nel sottotitolo “a M., con autonomia”. Sulla tua persona è stato detto di tutto, ma alla notizia della tua morte, credo che le parole più appropriate le abbia espresse Giovanni Negri, ex segretario del Partito Radicale dal 1984 al 1988, il quale richiesto di un pensiero rispose all’intervistatore: «Conosci l’Okavango? È il fiume più bello del mondo. Ma non sfocia nel mare, finisce nel deserto. Pannella è l’Okavango della politica». Ed ancora, pensando ai nanerottoli che alimentano la politica di oggi, la tua figura politica è semplicemente gigantesca; perciò, mi sento in dovere di riportare il pensiero di Emanuele Macaluso, il quale in considerazione della folla immensa presente a piazza Navona di fronte al tuo feretro, disse: “è il riconoscimento unanime di una vita politica clamorosa, che risalta di fronte alla miseria politica del presente”.

  Nel mio immaginario sei sempre stato un soggetto politico cui era doveroso dedicare debita attenzione e obbligata riflessione;perciò, in coerenza di questo pensiero, lavorando a Teramo ho voluto assistere alla celebrazione laica del tuo funerale nella sala consiliare del comune di Teramo allestita come camera ardente, dove sei stato omaggiato da un corteo infinito, mentre nella sala risuonavano le note di Santino Spinelli, in arte Alexian, la cui musica ti piaceva molto, non solo per la sua qualità, ma anche per i valori di tolleranza, integrazione, libertà e convivenza civile che l’intellettuale di origine rom incarnava con la sua persona, la sua arte e la sua biografia. Spinelli ricordò il concerto a Teramo, dove “Marco era nel pubblico. Poi è salito sul palco e si è messo a cantare in perfetta lingua Rom questo ritornello che dice: o fratelli o figli”. Sei stato omaggiato dal Dalai Lama con un messaggio di cordoglio e prima della tumulazione sulla tua bara fu posizionato oltre al pacchetto di Toscanelli, la bandiera del Tibet ed un drappo di seta bianca, ovvero il khata tibetano. 

  Per, concludere questo mio doveroso personale ricordo, mi è scattata una scintilla associativa riflettendo sul colore bianco della sciarpa cerimoniale del buddismo tibetano e il simbolo del partito che hai fondato: la rosa nel pugno; simbolo che volle Mitterand per il partito socialista francese, tu, direttamente da lui avesti il permesso di utilizzarlo. Penso, che appena hai abbandonato il tuo corpo, naturalmente o per affinità elettiva come avrebbe detto Goethe, avrai trovato certamente posto: “Nel giallo de la Rosa Sempiterna/che si degrada e dilata e redole/ odor di Lode al Sol che sempre verna, /qual è colui che tace e dicer vole, / mi trasse Beatrice, e disse: “Mira / quanto è ‘l convento de le bianche stole

Domenico Pavone

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio