Ci sono libri che si leggono e libri che, invece, si ascoltano. Il dizionario della lingua dialettale di Castelvecchio Subequo, realizzato dal ricercatore ,storico ed esperto di arte sacra Vittorio Bianchi, appartiene senza dubbio alla seconda categoria: basta sfogliarne le pagine per avere la sensazione di sentire voci lontane, richiami dalle case, parole pronunciate nelle piazze, nelle botteghe, nei campi, nelle cucine. Parole che hanno attraversato generazioni e che, grazie a questo prezioso lavoro, tornano a parlarci.
Perché un dialetto non è semplicemente un insieme di vocaboli, e’ una forma di memoria,e’ il modo in cui una comunità ha raccontato sé stessa prima ancora di imparare a scriversi. Dentro una parola dialettale possono sopravvivere un gesto, un mestiere, una consuetudine, un rapporto familiare, un modo di vivere la fatica e la festa, il dolore e l’ironia. Possono sopravvivere persino paesaggi che oggi non esistono più, ed è proprio questo il grande merito dell’opera di Vittorio Bianchi: aver compreso che raccogliere e ordinare le parole di una lingua locale significa compiere una vera e propria operazione antropologica. Significa sottrarre all’inesorabile scorrere del tempo un patrimonio immateriale che rischierebbe di dissolversi insieme alle generazioni che lo hanno custodito.
Ogni parola recuperata è, in fondo, una piccola vittoria contro l’oblio.
In un’epoca nella quale i linguaggi tendono sempre più a uniformarsi, custodire la specificità linguistica di un paese come Castelvecchio Subequo non significa rifugiarsi nostalgicamente nel passato, al contrario, significa conoscere più profondamente chi siamo, le radici non sono catene che impediscono di andare avanti: sono ciò che permette a un albero di crescere.
Questo dizionario assume dunque un valore che va ben oltre quello propriamente linguistico, è una sorta di archivio dell’anima di una comunità, un luogo nel quale possono incontrarsi i vivi e coloro che ci hanno preceduto,è un ponte tra nonni e nipoti, tra la memoria orale e quella scritta, tra il paese di ieri e quello di domani.
E forse è proprio ai giovani che il dizionario consegna il messaggio più importante. In un mondo nel quale tutto sembra consumarsi rapidamente, queste pagine ricordano che esiste una ricchezza che non può essere sostituita né acquistata: la consapevolezza di appartenere a una storia.
Conoscere una parola antica significa conoscere anche la persona che l’ha pronunciata, significa immaginare la sua vita, le sue giornate, le sue speranze, significa comprendere che prima di noi c’è stato un mondo che merita di essere riascoltato.
Per questo il lavoro di Bianchi non dovrebbe essere considerato soltanto un’opera destinata agli studiosi o agli appassionati di dialetto. È un patrimonio della comunità, uno strumento attraverso il quale Castelvecchio Subequo può riconoscersi e raccontarsi, e’ una testimonianza preziosa di quella cultura minuta e quotidiana che raramente entra nei grandi libri di storia, ma che della storia costituisce la sostanza più autentica.
Salvare le parole significa salvare le storie che le parole contengono, e in questa prospettiva il dizionario diventa quasi un atto d’amore verso il territorio: un gesto di cura nei confronti di una memoria fragile, un modo per dire alle generazioni future che ciò che siamo stati non deve necessariamente scomparire.
Castelvecchio Subequo, attraverso queste pagine, non conserva soltanto il proprio dialetto,conserva la voce dei suoi anziani, delle sue famiglie, delle sue strade, dei suoi silenzi, delle sue feste e delle sue fatiche. Una voce che rischiava di diventare sempre più flebile e che oggi, grazie a Vittorio Bianchi , può continuare a farsi ascoltare.
È questo il significato più profondo di un’operazione culturale che vuole trasformare la memoria in futuro perché un territorio senza memoria rischia di diventare soltanto un luogo, un territorio che conosce, custodisce e trasmette le proprie radici, invece, continua ad essere una comunità.




