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Ripartire da una politica d’immigrazione seria ed efficiente…

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Con il caso Aquarius, la politica d’immigrazione italiana, a quanto pare, assume prevalentemente la gestione di flussi migratori illegali. Situazione d’altronde favorita dalla sua ubicazione geografica, in un attuale contesto di crisi politica ed economica delle nazioni limitrofe nel mediterraneo, come la Tunisia e la Libia. La domanda che uno si pone, da subito, è come la Spagna, sottostando a situazioni analoghe con il Marocco, riesce in qualche maniera a contrastare e gestire il fenomeno, non senza ovviamente polemiche sulle condizioni di detenzione e trattamento dei richiedenti asilo? 

La risposta è ben semplice, in mancanza di un quadro efficiente di organizzazione e controllo dei flussi migratori, qualunque accordo stipulato con paesi terzi, per lo più con scarse disponibilità finanziarie ed efficienza amministrativa, l’Italia stenta a fare delle proposte per risolvere la questione. E’ bene rammentare che a proposito, la Commissione Europea ha più volte esortato da parte del governo italiano programmi e soluzioni con più larga visione sulla materia. Perciò bisogna essere sinceri, finché le azioni si limiteranno ad accoglienza, salvataggio, detenzione e gestione delle richieste di asilo, senza sviluppare e sostenere altre politiche correlate, richiedendo più fondi, ampie perspettive ed efficacia operativa, diciamolo, i casi come Aquarius, non finiranno di ripetersi a valanghe nei prossimi mesi. 

Ad aprire il vaso di Pandora, è stata senza dubbio l’Operazione Mare Nostrum, con la quale l’Italia ha formalmente dimostrato piena disponibilità ad accogliere ingenti flussi d’immigrazione illegale, senza valutarne a lungo termine l’impatto a livello socio economico. Con i flussi di fondi e sussidi in sostegno all’iniziativa, in tutta evidenza, non si è minimamente preoccupata delle conseguenze, come la crescita affaristica dei traffici umani, e delle operazioni di salvataggio da parte di OSC provenienti dal mondo intero. Tuttavia, come già si sosteneva all’epoca, occorreva agire e subito sul piano umano, al dopo ci si penserà. Oggi, i risultati di tale politica sono palesi: un paese in grave crisi politica e socio-economica, paesi limitrofi come Francia ed Austria che chiudono i confini, la Brexit, ed altri Stati membri, i quali per quanto fossero allentanti i fondi a disposizione, in fine dei conti poco propensi ad accogliere i profughi.  

In conclusione, bisogna riconoscerlo, l’Italia non può e non potrà accogliere profughi più di quanto ne abbia già accolti. Per cui la ridefinizione degli accordi di cooperazione con i paesi come Libia e Tunisia, compreso quello di Dublino, diventa di massima urgenza. Ma per questo, il paese dovrà avvalersi di una politica d’immigrazione più strutturata, organizzata ed efficiente che allo stato attuale è inesistente. D’ora in poi, si dovrà puntare maggiormente sul controllo dei flussi provenienti da Tunisia e Libia, non più essenzialmente dal territorio italiano. Tutto ciò, ovviamente non limitandosi agli interventi di Mare Nostrum, ma bensì adottando dispositivi e meccanismi d’identificazione e di valutazione delle varie richieste di asilo fuori dal territorio italiano, rinforzando gli aiuti umanitari, i contrasti ad ogni forma di traffico umano, maltrattamenti fisici e morali, e soprattutto sostenendo maggiormente politiche d’inserzione sociale e professionale nei vari paesi concernenti, che siano quello di appartenenza, di transito o quello di accoglienza. Per questo si dovrà privilegiare gli attori o OSC disposti a sporcarsi le mani ed intervenire nei territori cooperanti, che ben evidentemente non siano Stati membri. A quanto pare i fondi messi a disposizione dall’UE, prevedono sussidi e sostegno ad ogni forma di iniziative mirate a contrastare l’immigrazione illegale. Incrementando i fondi ed iniettandoli in canali d’intervento e di gestione più ampi, risolvendo nel contempo in modo concreto ed efficiente la questione, perché non ripartire da questo presupposto. E se l’accordo di Dublino dovrà essere ridefinito, sarà quindi di massima importanza allargare i territori di competenza agli stati non membri dell’UE, visto e considerato quanto alcuni Stati membri hanno dimostrato cattiva fede e poca volontà di cooperare.

 

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