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LEGGE ELETTORALE: OVVERO L’EMENDAMENTO IMPOSSIBILE

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     Dalla caduta del muro di Berlino e quindi dal ritiro dell’ombrello americano a protezione della nostra amata Italia, il nostro paese ma soprattutto i politici, che da quella data fino ad oggi si sono succeduti al Governo e nel Parlamento, non sono riusciti ad estrarre dal cilindro delle riforme una legge elettorale degna di un paese che nel mondo globalizzato deve possedere tutti gli strumenti necessari, inclusi quelli normativi, per competere dignitosamente con gli altri. 

    A parziale giustificazione di questo ripetuto fallimento di progettazione normativa, va precisato che dal 1992, anno dell’inchiesta Mani Pulite, siamo passati da statisti del calibro di Moro, Craxi, Andreotti, Berlinguer, Almirante, La Malfa padre, Spadolini a mezzecalzette che nemmeno appartengono alle seconde file rispetto ai politici appena citati, ma sono proprio gli ultimi degli ultimi, nel senso dello spessore morale, dello spessore delle capacità professionali, dello spessore delle competenze e dello spessore della cultura. 

      La facilitazione di questo disastro sul piano della classe dirigente è in buona parte ascrivibile a Berlusconi, il quale ritenendo tuttora la politica un ambito dove si discute solo di affari (soprattutto i suoi) mai e poi mai avrebbe agevolato l’ascesa di persone intelligenti, capaci e fiere di non abdicare alla loro indipendenza, ma ha sempre spinto solo uomini e donne yesman: Maurizio Gasparri e Maria Rosaria Rossi docent. Altro imputabile in quanto emblema di questa disastrosa situazione è proprio il magistrato simbolo dell’inchiesta Mani Pulite, Antonio Di Pietro che, ancor prima di darsi sfacciatamente alla politica, si è sempre distinto per i ripetuti oltraggi alla lingua italiana: Dante ci perdoni!

    Ricapitoliamo brevemente la nostra recente storia fino al fatidico periodo che va dal 1989 al 1992. Dall’entrata in vigore della Costituzione il nostro paese ha sempre votato con una legge elettorale puramente proporzionale e proprio per questa intrinseca caratteristica non c’è mai stato un governo sorretto da una stabile maggioranza, quindi non ci sono mai state elezioni che si tenessero alla scadenza naturale delle varie legislature. I governi che si succedevano alla non guida del paese  erano variamente etichettati come governi del centro sinistra, della non sfiducia al monocolore, delle convergenze parallele, ecc; dove nella spartizione della torta erano coinvolti quasi tutti i partiti: la Democrazia Cristiana con i suoi partiti satelliti al governo e il Partito Comunista ad amministrare gli enti locali e soprattutto le regioni più ricche; sicché nel Parlamento si assisteva ad un partito che anziché fare  seria opposizione al Governo praticava l’astensione sui provvedimenti di quest’ultimo; insomma, si inscenava un tangibile esempio di reiterata e genuina ipocrisia prossima al bizantinismo più becero.

   Occorre chiedersi come mai dobbiamo assistere a questa ultraventennale incapacità di partorire una legge elettorale, capace di selezionare una classe politica degna di questo nome; e soprattutto, capace di soddisfare il popolo dei cittadini, al quale con la sua partecipazione al voto, la nostra Costituzione con l’art. 48 riconosce l’unico potere concreto che ha, ovvero il diritto di voto. 

       Va anche tenuto conto, ad onore del vero e a discredito del nostro paese, che tutti gli addetti ai lavori, dai mass-media ai politologi, non hanno mai voluto intenzionalmente   soffermarsi ad analizzare seriamente e profondamente alcuni fenomeni registratisi a contorno di quasi tutte le elezioni sia politiche che amministrative che la cronaca politica ha sempre derubricato a episodi isolati ma che, invece, meritavano un approfondimento serio. 

      Sarà proprio la mancata accensione dei riflettori dell’analisi su quei fenomeni a farci comprendere perché, dal 1992 ad oggi non hanno visto luce leggi elettorali capaci di dare stabilità e classe dirigente qualificata al paese, in luogo di tutte quelle leggi fino a quella dei nominati, naufragate poi per incostituzionalità e soprattutto per l’eccedente tasso di scandalosità che le qualificavano. Del resto la stampa e le televisioni quando commentano i risultati elettorali, non si preoccupano per niente di precisare che quella percentuale di questo o quel partito, seppur notevole come nel caso dei grillini a Roma nelle ultime amministrative, è sempre un dato fondamentalmente relativo, nel senso che lo sfiorato 60/70% dei consensi ottenuti, in numeri assoluti corrisponde ad un 30% degli aventi diritto al voto. 

    Un Samuele Piccolo che a Roma nelle amministrative che eleggono sindaco Alemanno ottiene oltre 11.000 preferenze, cifra che nemmeno l’Andreotti dei tempi migliori sognava di raggiungere; e ancora, in Lombardia alle elezioni regionali, lo scandalo della raccolta delle firme (tutte false) per legittimare il listino di Formigoni; sono solo due episodi dei tanti che ostinatamente non vengono approfonditi ma che, se lo fossero, farebbero emergere alcune modalità operative dei seggi, fortemente perseguibili  anche sul piano penale. 

    Cerchiamo di capire come si siano determinati i due fenomeni presi ad esempio e l’approfondimento ci fa scoprire che nel primo caso il candidato Piccolo disponendo di congrue risorse finanziarie si è avvalso di una fattispecie contemplata dai regolamenti elettorali e quindi per tutti i 2600 circa seggi elettorali di Roma ha nominato, con tanto di delega notarile, un proprio rappresentante del candidato per ogni sezione con il preciso scopo di vigilare e impedire che durante lo spoglio delle schede votate ci potessero essere annullamenti di schede sul nome del candidato Piccolo, il quale consapevole dei comportamenti poco cristallini dei rappresentanti di lista del proprio partito, con questo accorgimento ha stoppato qualsiasi tentativo di inquinamento del voto a suo danno. 

    Mentre nel secondo caso, la consapevolezza delle difficoltà ad acquisire firme valide dei cittadini per legittimare la partecipazione della lista alla competizione elettorale, ha spinto i responsabili di quella lista a depositare firme false. Che questo passaggio, previsto dalla legge ma sempre più reso difficile per il rifiuto dei cittadini indignati ad apporre la propria firma sia stato e sia un grosso problema, lo deduciamo dalla norma cucita ad hoc ed approvata guarda caso da tutte le formazioni politiche in parlamento verso la fine del 2012 quando, pur essendo una nuovissima formazione politica, il partito di Fratelli D’Italia ex Alleanza Nazionale ottenne l’esonero della raccolta delle firme per essere legittimato a partecipare alla competizione per le elezioni politiche del marzo 2013. 

    Per un’analisi corretta va chiamata in causa anche la Magistratura la quale, pur presiedendo le operazioni di ufficializzazione del risultato elettorale, nel seggio elettorale centrale (quello per intenderci di raccolta dei verbali a cui fanno riferimento per la giurisdizione territoriale le sezioni sottoposte) si presta, in assenza delle schede votate, al mercimonio più becero con i vari rappresentanti di lista, ovvero dei partiti in quota parte di quel territorio. 

   Sulla Magistratura occorrerebbe un articolo di approfondimento a parte, qui mi limito a ricordare che fino a tangentopoli la tanto reclamata odierna indipendenza era semplicemente un’idea astratta, dopo quella data i magistrati pretendono di dettare le regole, di condizionare impunemente l’opinione pubblica e le elezioni con avvisi di garanzia a questo o a quel personaggio politico con meccanismi di alta orologeria, ma dimenticano che sono a svolgere quella loro funzione perché semplici vincitori di un concorso e perché, quanto avrebbero dovuto pagare in termini di danno procurato nel caso di indagini o imputazioni non suffragate da prove certe, questa inconsistente classe politica ha pensato bene di sabotare l’esito referendario voluto dai radicali dopo il caso Tortora, con una legge che di fatto non tange il magistrato il quale non solo sbaglia ma che nell’errore continua a perseverare.

      La legge elettorale, il cosiddetto Germanichellum, licenziata dalla 1° Commissione della Camera dei Deputati appena approdata in aula ha registrato un miserabile  fallimento, va detto che non poteva essere diversamente, perché solo l’idea di dover acquisire il consenso presso i cittadini, in un collegio elettorale in competizione con candidati di altri partiti, seppur per poco meno di una metà dei seggi parlamentari disponibili, ha innescato l’insorgenza di problemi intestinali in chi quella legge doveva in Parlamento approvarla. 

     Lo scorso 11 giugno si sono svolte le elezioni amministrative e, secondo quanto rilevato dal Viminale rispetto alla tornata elettorale del 2012, il dato relativo all’affluenza che si è attestata al 60,07% registra un netto calo. Poiché, il dato è un valore medio dobbiamo dedurre che in alcune città l’affluenza è stata poco superiore al 50% e in altre poco più del 60%; quindi va obbligatoriamente dedotto che un buon 45% dei cittadini con diritto di voto, non partecipando al voto, ha ritenuto che i candidati e i partiti che li hanno sostenuti non erano all’altezza del gravoso compito che avrebbero dovuto svolgere amministrando un Ente Locale. Del resto, Sua Emittenza ha strombazzato su tutti i media il vanto di avere affidato la selezione dei candidati di Forza Italia per queste amministrative a persone di rilievo di Confindustria Giovani, contento lui siamo contenti tutti. 

    Personalmente preferisco un sistema elettorale basato sul meccanismo maggioritario dove nei singoli collegi si confrontano i vari candidati e il più credibile in competenza, capacità, conoscenza e cultura viene eletto dai cittadini di quel collegio e ad essi risponde a fine mandato: un Di Maio che confonde o non sa che Pinochet fu autore di un colpo di stato in Cile e non in Venezuela, o la Lombardi che incantata si chiede come mai non viene eletto un Presidente della Repubblica con una età inferiore ai 50 anni ignorando che la nostra Costituzione prescrive quella come età minima per poter essere eletti, ritengo che qualora fossero stati candidati in un qualsiasi collegio sarebbero stati sonoramente mandati a quel paese. 

    In ogni caso, per quel che può valere andrebbero bene più o meno tutte le leggi; anzi, in realtà, ancor prima di avere una legge elettorale, bisognerebbe porre mano ad un regolamento, ovvero al regolamento che disciplina le operazioni ai seggi elettorali e questo sarebbe l’elenco dei ritocchi da apportare:

-le schede elettorali e i verbali di ogni singola sezione rimangono sempre insieme, tale che eventuali contestazioni si risolvono ipso facto; ciò consente di evitare che qualcuno vada a governare, pur non avendone titolo, per le lungaggini della giustizia italiana che scopre puntualmente le irregolarità e va a sentenza quando la legislatura è quasi finita.

-andrebbe introdotta nel codice penale pena dell’ergastolo, con connesso getto della chiave, relativamente a chi falsifica i verbali o altro materiale elettorale; ciò, in luogo dell’irrogazione di una sanzione pecuniaria così come assurdamente, data la gravissima entità dell’illecito, avviene oggi. 

    Tutti ricorderanno le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Roma del 2001 e la manomissione nel seggio centrale elettorale in via Giovanni Battista Valente di ben 47 verbali. Sono questi mancati correttivi alle reiterate devianze che hanno creato nel cittadino prima lo sconcerto e poi una sempre più pronunciata disaffezione all’esercizio del diritto del voto; quindi, per invertire questa poco positiva tendenza, nella futura legge elettorale che prima o poi vedrà luce andrebbe introdotto un emendamento diciamo impossibile per gli attuali politici ma molto pieno di buon senso per le persone responsabili, che, in caso di scarsa affluenza alle urne o se non si raggiunge una soglia minima di un 75% di partecipazione al voto degli aventi diritto, il Parlamento ha l’obbligo di riprogettare una nuova legge elettorale.

Domenico Pavone

 

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