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UIGURI: ANTICAMENTE "ALLEATI"

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Il 5 febbraio scorso, si è svolto presso la Link Campus University di Roma, un seminario dal titolo “LA CINA MULTIETNICA. IL CASO DEL XINJIANG E IL POPOLO UIGURO. INCONTRO CON ENVER TOHTI ”.

Il relatore principale, Enver Tohti è un noto personaggio a livello mondiale per le sue battaglie a favore delle libertà individuali e della pacifica convivenza dei gruppi etnici in Cina.

E’ un chirurgo oncolologo, di etnia uigura oggi in esilio a Londra, che ha prestato la sua opera, fino al 1998, presso il Railway Central Hospital di Urumchi .

Egli, preoccupato dal numero crescente di pazienti affetti da cancro, ha deciso di individuarne la causa. Dopo aver effettuato un'indagine sotto copertura e prodotto un film documentario dal titolo: "La morte sulla via della seta", nel quale ha denunciato il nesso causale tra i continui test nucleari nel sito di Lop Nor (Xinjiang) e le patologie oncologiche, è stato esiliato. Da allora, nel corso degli anni, Enver Tohti ha sottoposto all'attenzione internazionale la questione delle vittime da radiazioni nucleari in Xinjiang.

Inoltre, dopo aver visto come il Partito comunista Cinese presenta al mondo l’immagine distorta degli Uiguri, ha deciso di intraprendere una nuova sfida che definisce “la campagna per la verità”.  

Di recente, ha denunciato il sistematico prelevamento forzato di organi da prigionieri politici in Cina per il commercio illecito di organi umani.

Racconta Tohti:

“La Cina è caratterizzata da una vastità territoriale popolata da 56 etnie riconosciute, di cui la Han è numericamente maggioritaria. In un quadro di tale complessità, il “governo dei gruppi etnici”, rappresenta un pilastro del modello politico disegnato dall’autorità centrale. In linea teorica, la Costituzione della Repubblica Popolare Cinese statuisce l’uguaglianza di tutti i gruppi etnici (art. 4), principio sancito anche dalla legge sull’autonomia etnica regionale della Repubblica, così come dalle più particolareggiate leggi e dai dettagliati regolamenti in materia.  

L’esperienza empirica dimostra talvolta una realtà diversa dagli impianti teorici. E’ il caso della remota regione cinese del Xinjiang (o Turkestan orientale, come denominata dagli abitanti uiguri di etnia turcofona e religione prevalentemente islamica).

Una regione di confine, da cui passa la mitica via della seta, passaggio terrestre verso occidente. Un territorio ricco di materie prime e di grande rilevanza strategico-militare per i cinesi Han che, nel corso degli anni, si sono stabiliti sempre più numerosi in quelle aree, facendo vacillare la maggioranza numerica uigura e rendendo quest’ultima, secondo taluni, “straniera in casa propria”.

Dagli anni novanta a oggi, si è assistito a un’escalation di tensione tra le etnie Uyghur e Han, con rivendicazioni, da parte della prima, di natura politica, economica e religiosa. Da tali tensioni sono scaturiti gravissimi episodi di violenza, etichettati dalle autorità centrali come atti terroristici tesi a minare l’integrità e la sovranità dello Stato cinese. Una situazione che, da un lato, ha motivato e irrigidito il nazionalismo degli Han e, dall’altro, ha suscitato un “etnocentrismo reattivo” ( fino alle tentazioni indipendentiste) sempre più forte nella popolazione uigura.

A questo si aggiungono tre variabili condizionanti e intersecanti: una di natura esterna, vale a dire il gioco d’influenza delle potenze confinanti e del mondo occidentale, teso ad arginare la potenza cinese.

La seconda di natura religiosa: l’Islam quale fonte ispiratrice di un’identità collettiva e guida formativa di leader carismatici in concorrenza con gli ufficiali di partito.

La terza variabile è di natura economica, in una regione a sviluppo differenziato e a due velocità: la zona a maggioranza uigura, depressa e arretrata, con redditi pro capite al limite della sussistenza e le aree a maggioranza Han sviluppate e con tenore di vita più alto.

Il Xinjiang, - come sottolinea Enver Tothi - è a un punto di non ritorno, in cui è necessario, da parte di tutti, fare un passo indietro e “avere la sincerità di avviare un canale di comunicazione basato sul rispetto e l’impegno reciproco per ristabilire condizioni di co-esistenza, senza più “mistificare” la storia a uso e consumo personale”.

 

(immagine tratta da: www.tempi.it

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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