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L’incapacità, tutta italiana di uscire dal baratro verso cui precipita l’intera nazione, ha comportato e comporta effetti a dire poco esagerati e strabilianti. All’epoca, senza oltrepassare i limiti imposti dalla costituzione, iniziò Sandro Pertini a togliere l’ingessatura al ruolo di Presidente della Repubblica, additando con il fare paterno e con il prestigio del ruolo avuto nella Resistenza, a quelle anomalie che rendevano meno giusto il Paese.

Poi, arrivò Cossiga che, sul finire del suo settennato, conscio del progressivo marcire delle Istituzioni politiche, cominciò a togliersi i famosi sassolini dalle scarpe, invitando con le famose esternazioni le forze politiche a ridisegnare e a riformare le Istituzioni che non avevano più l’adeguatezza per i tempi del post caduta del muro di Berlino.

Come tutti sappiamo questa responsabile e cosciente consapevolezza fu tanto irritante da provocare l’indignata reazione dei difensori dello statu quo che lo volevano incriminare per attentato alla costituzione.

Tralasciando i settennati di Scalfaro e Ciampi, arriviamo ai giorni nostri che prendono atto della conclamata incapacità del regime di sopravvivere e quindi, per la prima volta nella storia della Repubblica, rielegge Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica. Che dire? Il Quirinale, quale Istituzione uber alles di fatto si è sempre più trasformato in un qualcosa che la costituzione non prevede; pertanto l’anomalia tutta italiana da luogo e legittimità ai governi Monti, Letta e da ultimo al governo Renzi quali espressioni dell’agire incondizionato del Presidente della Repubblica.

Sempre più spinto dal Quirinale, assistiamo all’agire del marziano di Firenze, il quale con impressionante, si fa per dire, decisionismo produce quelle finte rivoluzioni alla fine delle quali, come diceva il Gattopardo, tutto cambia affinché nulla cambi. Veniamo alla sbandierata tornata di nomine di pubblici amministratori; ebbene, sono saltati tutti i vertici delle imprese pubbliche con scelte dei sostituti diciamo discutibili, perlomeno così va letta, dato l’evidente conflitto d’interessi, la nomina della Marcegaglia alla presidenza dell’ENI. Però, una casella di questo valzer di nomine è rimasta immutata ed è quella della presidenza di Finmeccanica; lì è rimasto al suo posto il prefetto De Gennaro.

Il personaggio ha certamente una caratura di tutto rispetto, eppure qualche scarsezza o zona d’ombra o meglio, qualche interrogativo nella sua carriera emerge con chiarezza. Infatti, se ne ripercorriamo la storia a nessuno sfugge la sproporzione che emerge dalla lettura della sentenza emessa dai giudici di Genova per le violenze inflitte durante lo svolgimento del G8, Ebbene, da un lato c’è la condanna con espulsione dal corpo di alti funzionari della Polizia di Stato e dall’altro l’assoluzione del Capo della Polizia in quanto all’oscuro dei fatti contestati ai suoi sottoposti. Ora, se la sentenza fotografa la verità dei fatti, viene alla luce un dato incontrovertibile: il Capo della Polizia di stato non viene informato delle decisioni intraprese, e se ciò è accaduto una volta, nessuno può escludere che altre volte la cosa si sia ripetuta. Ecco, l’emersione di un dato fatto simile, in qualsiasi altro paese avrebbe comportato la fine della carriera del soggetto coinvolto; stranamente invece, per il nostro ex capo della polizia gli incarichi pubblici sempre più importanti e prestigiosi sono aumentati fino al conferimento di quello che attualmente esercita.

Il parallelismo con il Quirinale viene spontaneo e naturale; anzi possiamo dire che il Prefetto De Gennaro occupi una sorta di Quirinale altrove dove in luogo dei poteri conferiti dalla Costituzione, sono custoditi altri poteri che possiamo qualificare come elementi di estesa conoscenza di cose e di fatti, sui quali perfino Renzi, in barba alla sua esuberanza, ha dovuto infrangere.

Viva chi sa e chi conosce.

 

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