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Roma 8 e 9 aprile 2014: conferenza EUROPOL sulla protezione dei testimoni

Roma 8 e 9 aprile 2014: conferenza EUROPOL sulla protezione dei testimoni

L’8 ed il 9 aprile scorso a Roma, presso la Scuola Superiore di Polizia si è svolta la “15^ Conferenza  internazionale del network Europol sulla protezione dei testimoni”.

Ad aprire ufficialmente il meeting sono state le massime autorità della pubblica sicurezza italiana oltre al direttore di Europol Rob Wainwright.

I circa 130 delegati, provenienti da 60 Paesi dell’Unione Europea e di altri continenti, oltre a rappresentanze del Tribunale Penale Internazionale, del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, dei Tribunali Speciali, della Commissione Europea e dell’Ufficio delle Nazioni Unite per le droghe ed il crimine, si sono confrontati su temi specifici: le procedure di selezione e formazione del personale impiegato nei servizi di protezione; i possibili attacchi alle reti informatiche contenenti dati relativi ai soggetti posti sotto protezione; la cosiddetta “rilocazione” dei testimoni in Paesi diversi da quello di origine.

Dai lavoro è emerso che in Italia attualmente sono sotto protezione 5.932 tra “pentiti e testimoni di giustizia e loro familiari” una piccola “comunità” con specifiche esigenze e bisogni non solo legati alla sicurezza, ma anche al vivere quotidiano. Un così elevato numero conferma come ancora oggi testimoni e collaboratori di giustizia rappresentino “una realtà chiave nella lotta alla criminalità organizzata”, infatti, anche il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti ha voluto sottolineare i lati positivi di un sistema che nel complesso “funziona bene” e consente di raggiungere ragguardevoli risultati nella lotta alla criminalità organizzata. Lo stesso Procuratore ha inoltre auspicato una maggiore armonizzazione dei vari ordinamenti europei anche in vista di uno scambio di testimoni tra nazioni diverse.

Proprio la collaboarazione con altri paesi è stato il tema dominante dell’intervento del Prefetto Pansa, capo della Polizia italiana;  perché “il problema della criminalità non è solo nazionale e le esperienze maturate in Italia sulla protezione dei testimoni devono essere condivise”.

Non si è poi mancato di evidenziare che il programma di protezione italiano, codificato dalla legge n.81/92 e dalla legge 45/01, deve essre considerato come “un sistema di riferimento a livello europeo perché l’Italia è stato il primo Paese del continente a introdurre tale strumento nel proprio ordinamento giuridico in maniera sistematica”.

Che l’Europa guarda con interesse alla condivisione di best practises per la protezione di testimoni ne è prova anche il fatto che il Network Europol è stato istituito fin dal 2000 ed è formato da esperti provenienti da 64 nazioni, da organizzazioni internazionali e da tribunali speciali e si tratta del più vasto network di collaborazione a livello mondiale.

Infatti, il Consiglio dell’Unione Europea, già da molti anni, pone molta attenzione alle questioni connesse alla protezione dei testimoni in relazione al contrasto alla criminalità nazionale e transnazionale e considera di vitale importanza il contributo fornito dai testimoni.

In virtù di tali presupposti, nel corso degli ultimi anni vari organismi europei hanno emanato  documenti sul tema della protezione al fine della sensibilizzazione degli Stati membri al problema. Tappe fondamentali di tale percorso sono state:

-         la risoluzione del Consiglio del 23 novembre 1995 relativa alla protezione dei testimoni nell’ambito della lotta contro la criminalità organizzata internazionale, che invita gli Stati membri a garantire una protezione appropriata ai testimoni minacciati a causa della loro testimonianza;

-         la risoluzione del Consiglio del 20 dicembre 1996 relativa ai collaboratori di giustizia nell’ambito della lotta contro la criminalità organizzata, che invita gli Stati membri ad adottare misure appropriate  per incoraggiare le persone che prendono o hanno preso parte ad un’associazione per delinquere o qualsiasi altra organizzazione criminosa od a reati nell’ambito della criminalità organizzata a collaborare con la giustizia;

-         la raccomandazione numero 16 del programma d’azione relativo alla criminalità organizzata adottata dal Consiglio il 28 aprile 1997 che incita ad esaminare gli aspetti giudiziari e di polizia sulle necessità in materia di protezione dei testimoni e delle persone che collaborano all’azione della giustizia;

-         la raccomandazione numero 25 del documento “Strategie dell’Unione europea per l’inizio del prossimo millennio” (Gazz. Uff. CE C del 3 maggio 2000) che richiede l’elaborazione di una proposta al fine di instaurare uno strumento relativo alla situazione ed alla protezione delle persone che prendono o hanno preso parte ad organizzazioni criminose e che sono disposte a collaborare all’azione della giustizia fornendo informazioni utili;

-         la raccomandazione numero R(97) 13 adottata dal Comitato del Ministri del Consiglio d’Europa il 10 settembre 1997 che invita gli stati a rivedere la propria politica criminale e le proprie prassi al fine di assicurare la protezione dei testimoni e dei collaboratori di giustizia nella lotta alla criminalità organizzata;

-         vari appelli sulla necessità di intensificare e migliorare la cooperazione giudiziaria e di polizia tra gli Stati membri dell’Unione europea, in particolare nella lotta contro le forme di criminalità che sono spesso opera di organizzazioni transnazionali;

-         il Documento 2510-50 dell’1.9.2000 contenente i principi basilari della cooperazione internazionale delle forze di polizia dell’Unione europea nel campo della protezione dei testimoni;

-         la Convenzione ONU di Palermo del dicembre 2000 che prevede espressamente l’assistenza e la protezione alle vittime ed ai testimoni e tutti i documenti che a vario titolo attengono a tale convenzione.

Tutti gli atti citati fanno riferimento al fatto che vanno adottate misure appropriate allo scopo di assicurare che i testimoni ed i collaboratori della giustizia (anche se tale distinzione non è riconosciuta in tutti gli Stati membri) possano fornire  la testimonianza liberamente, senza timore, intimidazione e o paura di essere danneggiati loro stessi o le persone loro vicine.

Per tale finalità vanno prese delle appropriate misure legislative ed amministrative atte ad incoraggiare i testimoni a comunicare alle autorità competenti ogni informazione inerente a reati .

L’argomento prioritario da trattare che si presenta oggi agli Stati membri dell’UE ed a quei Paesi che a vario titolo sono interessati ai sistemi di protezione, è quello dell’armonizzazione della legislazione. Già nel 2005 fu costituito un gruppo di esperti con il compito di lavorare in questo senso e recentemente è stato creato un Core Group (a cui l’Italia ha aderito) che accoglie rappresentati di molti paesi, finalizzato allo scambio documentale e di buone prassi sulla gestione dei testimoni di giustizia.

Altra priorità per l’Europa è quella di delineare un modello di programma di protezione del testimone che si adatti a tutti gli Stati membri dell’Ue e questo non è certamente un compito semplice. Uno dei motivi di tale difficoltà è l’esistenza di differenze significative tra i sistemi giuridici delle singole nazioni (basti pensare al concetto di obbligatorietà dell’azione penale prevista solo in alcuni Stati).

La protezione dei testimoni richiede quindi un bilanciamento dei vari aspetti, in quanto una singola soluzione non può essere valida per tutte le situazioni che potrebbero presentarsi, e quindi la protezione dei testimoni, specie da un punto di vista pratico, deve essere considerata caso per caso ed un programma di protezione adeguato non può basarsi su un insieme di norme troppo rigide. Per questa ragione appare di particolare importanza la creazione delle buone basi e l’individuazione delle buone prassi.

Per tali motivi è fondamentale un periodico confronto tra i vari Paesi interessati alla questione che avviene nel corso della annuale conferenza del Network sulla protezione dei testimoni che, per l’appunto, quest’anno ha visto Roma e l’Italia svolgere il ruolo di “padroni di casa”.

Valeria Lupidi

© RIPRODUZIONE RISERVATA 

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