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Faruk Al SharieMa per l’inviato di pace una tregua è «quasi impossibile»

 

 

 

Amman

Pacificare la Siria è un compito «difficile, quasi impossibile». Lo ha detto Lakhdar Brahimi, nominato da poco inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria, al posto del dimissionario Kofi Annan.
L’anziano diplomatico conosce bene la realtà siriana sin dai giorni della guerra civile libanese. Il successo della sua missione è condizionato interamente dalla volontà dei membri della comunità internazionale a cui ha indirizzato il suo messaggio. Un messaggio chiaro: se non volete che io faccia la fine del mio predecessore, ci deve essere la buona volontà di tutti gli attori. A partire dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Ma per riuscire nella sua missione Brahimi avrà bisogno di trovare interlocutori in Siria: da un lato un gruppo di negoziatori che possa rappresentare il regime, con la garanzia del sostegno dell’esercito; dall’altra qualcuno che rappresenti tutte le forze dell’opposizione, oggi divise.
Cominciamo dal regime. La scorsa settimana è riapparso in pubblico Farouk al Shara, attuale vice presidente siriano, che con all’inizio della crisi siriana aveva già svolto il ruolo di negoziatore, riconosciuto tanto all’interno quanto all’esterno del paese. Con l'escalation del conflitto, però, il dialogo è stato interrotto ed al Shara si era allontanato dallo scenario pubblico.
In passato Farouk al Shara ebbe un ruolo importante per la chiusura della crisi libanese, fino agli accordi di Taif del 1990. Accordi cui partecipò anche Lakhdar Brahimi, oggi inviato dell’Onu per la Siria.
Tre carte strategiche potrebbero dare al numero due di Assad la possibilità di essere parte della pianificazione della soluzione politica in Siria nella prossima fase: il consenso internazione sulla sua persona; l’accordo fra le forze dell’opposizione sul suo ruolo di mediazione; e infine, punto più importante, la vicinanza con l’esercito siriano, vero padrone della Siria oggi e sponsor di qualsiasi soluzione politica futura. Forse la diffusione, nelle scorse settimane, di false notizie che parlavano di un’uscita di al Shara dalla Siria può essere vista come un segnale: con lui i nemici del regime potrebbero essere disponibili da subito a iniziare un dialogo diretto.
All’interno dell’opposizione siriana qualcosa si starebbe muovendo. Un capo della opposizione nazionale a Parigi, Haytham Manna, ha spiegato in un recente intervista con l’agenzia Upi: «Il coordinamento nazionale dell’opposizione ha iniziato il mese scorso una campagna di comunicazione per organizzare un’ampia conferenza dell’opposizione siriana dentro la Siria stessa, ed è in contatto con varie parti internazionali compresa la Russia e l’Unione europea, che hanno ottenuto inviti a presenziare come osservatori».
Il Comitato di coordinamento nazionale siriano, il gruppo di cui fa parte Manna, ha inviato messaggi chiari riguardo la propria volontà di prendere parte alle trattative. Manna però non risparmia le critiche agli altri gruppi anti-regime «Il problema dell’opposizione siriana filo-occidentale e finanziata dai paesi del Golfo Persico è che sono stati allettati dai tanti finanziamenti e mezzi di comunicazione. Questo li ha resi arroganti al punto di commettere errori fatali che hanno portato l’Onu e le organizzazioni internazionali ad accusare tutta l’opposizione siriana di crimini di guerra».
Secondo l’attivista la presenza di estremisti islamici in Siria è tra le cause principali di disunione dell’opposizione. «Parliamo francamente – spiega Manna –, la presenza di jihadisti stranieri in Siria ha fornito una giustificazione alla repressione militare da parte del regime. I cittadini di Aleppo (curdi, cristiani, musulmani moderati) hanno chiesto di essere difesi dagli estremisti ceceni (per esempio), che promettevano di fondare un emirato islamico in Siria. Ora il regime ha una causa da difendere: possono dire di voler proteggere il paese dalle interferenze causate dalle forze esterne estremiste e settarie».
Altro fatto significativo sono le recenti dichiarazioni di Hassan Nasrallah, leader del movimento libanese degli Hezbollah, riguardo alla risposta del suo partito a qualsiasi atto di agressione israeliana: Nasrallah è arrivato a minacciare che nel caso di una qualsiasi aggressione che dovesse sconfinare in Libano, migliaia di israeliani si troverebbero sotta la minaccia del Partito di Dio. Le parole sono chiare: il ruolo degli Hezbollah dovrà essere tenuto in considerazione nella soluzione della crisi. Qualche giorno dopo l’annuncio, il partito ha fatto una simulazione di guerra “difensiva” in cui imitava l’invasione della parte nord di Israele. In altre parole il movimento potrebbe essere pronto a prendere l’iniziativa, se la situazione continuasse a scaldarsi. Anche per questo la soluzione politica della crisi siriana sembra l’unica alternativa alla guerra regionale.

 

(immagine tratta da http://english.alarabiya.net)

 

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