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HASSAN SHEIKH MOHAMUD NUOVO PRESIDENTE, QUALE FUTURO PER LA SOMALIA?

Hassan Sheikh Mohamud Un paese martoriato da 21 anni di guerra civile, da forti divisioni interne, da miseria, corruzione e criminalità. È questo il paese che è stato chiamato a governare Hassan Sheikh Mohamud, eletto Presidente della Somalia il 10 settembre.

Mohamud, che ha battuto per 190 voti a 79 il presidente uscente Sheik Sharif Sheikh Ahmed, è un professore universitario, co-fondatore della SIMAD University e fondatore del Peace and Development Party e proviene dal clan Hawiye, lo stesso di Sheikh Ahmed.

 

Mohamud si è proposto come un leader moderato, contrario ad ogni sorta di deriva estremista nel mondo islamico e molto attento alle politiche sociali. Ha una formazione internazionale e da sempre collabora con diverse organizzazioni non governative.

Politicamente è legato Al-Islah, braccio somalo dei Fratelli Musulmani. Al-Islah è un movimento somalo di rinascita Islamica, nato con l’obiettivo di portare la Somalia all’unità nazionale seguendo la strada segnata dalla tradizione religiosa e ponendo grandissima attenzione ai valori musulmani alla base della società.

Al-Islah non si propone né come un movimento anti-occidentale, né come un’imitazione dei tradizionali partiti occidentali; Al-Islah è un movimento realista e orientato al futuro, che lotta per il risveglio della fede islamica e per promuovere e rafforzare la coscienza nazionale nella società somala. Non solo, Al-Islah si batte per i diritti umani e i diritti delle donne in politica. Il termine coranico “Al-Islah” d'altronde significherebbe “migliorare”, “conciliare”, “correggere”.

L’impatto che la presidenza di Mohamud avrà sulla politica somala ancora non è chiaro. Ma sappiamo che l’abbandono della linea seguita finora da Ahmed è un segnale positivo. Una politica inefficiente e corrotta ha trascinato la Somalia nel baratro; le speculazioni internazionali e le infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto sociale stavano e stanno tutt’ora impedendo al paese un percorso costruttivo verso lo sviluppo economico e l’autonomia politica.

Nell’immediato futuro inoltre il nuovo Presidente dovrà assolutamente intensificare la lotta contro Al-Shabaab e le organizzazioni di pirati che operano nell’Oceano Indiano.

Transizione significherà ristrutturazione del paese, ricostruzione delle istituzioni somale e maggiori investimenti. Sapendo che l’attività dei pirati è in leggero calo, sarà compito del nuovo governo assicurarsi che i fondi provenienti dalle attività illegali non vengano reimpiegati nel processo di ristrutturazione, ma soprattutto dovrà combattere il fenomeno della corruzione che dilaga in tutto il paese e che frena il processo di riforme politiche promesse.

Dal risultato elettorale emerge parzialmente quella che Bernard Lewis  definisce la “ tendenza ricorrente, in tempi di emergenza, ad individuare la propria fonte principale di identità e di fedeltà nella comunità religiosa, vale a dire in un’identità definita non già da criteri etnici o geografici bensì dall’islamismo” ed il desiderio di affidare le redini del paese ad un movimento che ricerchi nelle origini culturali e religiose la spinta per la modernizzazione e non nell’occidentalizzazione forzata.

È una vittoria per la comunità internazionale? Sbilanciarsi in questo momento sarebbe un grave errore. Sicuramente un cambio di rotta è un segnale più che positivo, ma l’allerta deve rimanere altissima. Gli interessi in gioco sono troppo alti per pensare che la nebbia che offusca lo sviluppo della Somalia si dissolva con la prima folata di vento.

 

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