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Stato Ambiente CittadiniSapere di essere un Paese ad alto rischio idrogeologico in primis, non è giustificabile per nessun evento avverso. Ciò che di continuo accade da nord a sud nel Bel Paese induce a fare una riflessione molto profonda sul perché questi eventi si manifestano e soprattutto sul perché non si riesca a mettere in pratica il saggio proverbio “sbagliando si impara”. Sarà colpa nella “testa dura” degli italiani?

Forse le risposte si celano dietro una cultura che risente delle innumerevoli mancanze (o false mancanze) di intervento da parte dello Stato nelle situazioni di emergenza, ma ancora prima nello scarso processo di Prevenzione.

Ogni operatore di Protezione Civile sa che il termine prevenzione significa attuare delle attività volte ad evitare o ridurre al minimo la possibilità che si verifichino danni conseguenti agli eventi calamitosi, anche sulla base delle conoscenze acquisite attraverso l’attività di previsione, ossia la determinazione delle cause dei fenomeni calamitosi, identificazione dei rischi e delle zone soggette ai rischi stessi.

Tutto quadra in queste definizioni. Questi processi, se attuati in modo aureo, possono portare alla massima sicurezza possibile.

Ma per capire fino in fondo la situazione attuale sarebbe opportuno riprendere uno dei più importanti concetti che Freud esponeva a proposito di “felicità”, attualizzata in “libertà” nel rapporto Stato-Cittadino: ogni cittadino baratta un po’ della sua libertà in cambio di una maggiore sicurezza da parte dello Stato. Qui entrano in scena  i concetti di sicurezza individuale e sicurezza collettiva: quanto sono sentiti da ogni singolo cittadino?

 

Forse oggi è molto diffuso un sentimento di sfiducia nei confronti delle Istituzioni e di chi lavora per la sicurezza di tutti: quella fiducia che sta alla base di ogni rapporto sociale sta venendo a mancare e provoca effetti negativi nella quotidianità di ognuno di noi. Il perché può essere rintracciato nella non-condivisione di alcuni ruoli e conseguenti azioni, proprie dello Stato e dei cittadini.

Il problema della sicurezza collettiva nasce dalla cultura alla legalità in questo caso urbana e ambientale. Promuovere un comportamento diffuso di prevenzione e tutela territoriale è necessario per conoscere i rischi che la natura porta con sé, gli effetti che possono conseguire a tali rischi, e quindi come si possono prevedere e prevenire determinati eventi. È senz’altro ovvio capire che questo modo di fare e pensare non può che essere biunivoco: lo Stato, che se ne deve fare promotore, deve lavorare con e per il cittadino. Nessun intervento istituzionale può avere successo se non vi è dall’altra parte un riscontro positivo, e il cittadino non può sentirsi tale se questo status non gli viene riconosciuto, soprattutto nelle situazioni di emergenza.

Scambiare un po’della propria libertà in cambio di maggiore sicurezza può essere un processo armonioso solo se alla base c’è fiducia e riconoscimento reciproco. Fino a quando si parlerà di Stato e cittadino come due elementi distinti e, ancor più, in conflitto tra di loro, nessuna opera di sicurezza e prevenzione potrà maturare i frutti che le definizioni teoriche auspicano, soprattutto in un contesto molto delicato come quello della sicurezza urbana e ambientale, dove ogni azione del singolo si ripercuote sulla collettività e viceversa. 

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