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I CINQUE PASSI

I cinque passiPrima Puntata

Ho perso la nozione del tempo. Da quanto sono qui, accanto alla finestra? Solo il ticchettio della pioggia sui vetri mi riporta alla realtà. Già. Ma quale sarebbe? Mi sembra di non saperla più riconoscere e mi sento come sospesa, sia fisicamente che mentalmente. In stasi.

Sto lottando tra dovere e volere. Mai avrei pensato di dover affrontare anche questo: la mia mancanza di decisione e di determinazione sono le zavorre che mi incollano su questa sedia, accanto alla finestra che gronda acqua anche all’interno perché l’ho lasciata socchiusa e non me ne sono accorta. La chiudo allungando mollemente la mano alla ricerca della maniglia, ma intanto rimango concentrata sulla mia intima lotta.
Quando tutto è iniziato c’era il sole e stavo andando a lavoro: una giornata apparentemente tranquilla. Improvvisamente è stato come se l’asfalto stesse franando proprio sotto i miei piedi: l’appoggio non sembrava più stabile come prima, mi girava la testa e avevo la nausea.
“Signora, non si sente bene? Vuole una mano? È così pallida.” La voce era gentile, con una punta d’ansia, e sembrava provenire da molto lontano.
“Grazie”, mi sentii rispondere, “è stato soltanto un capogiro, ora sto bene.”
“La accompagno in un bar, a prendere un bicchiere d’acqua?”
“No, la ringrazio. Sto bene. Grazie ancora.”
Invece non stavo bene per niente. Ricordo di aver impiegato più di mezz’ora per arrivare in ufficio, anche se è solo dietro l’angolo. Quando Marisa, mia amica e collega, mi ha vista entrare mi ha subito fatta accomodare sul divanetto blu adibito alle lunghe attese e mi ha portato da bere acqua e zucchero, credo.
“Dai Marisa, sto bene ti dico.”
“Michela, mi spiace, ma non hai una bella cera. Proprio no!”
“Cosa vuol dire avere una bella cera? Non sono mica una candela, ho solo avuto un capogiro. Capita, soprattutto con il caldo afoso di oggi”, ho ribattuto un po’ troppo piccata.
“Michela, mi sta venendo un dubbio.”
“Un dubbio su di me? Lavoro o cosa?”
“Intendo dire… hai pensato che potresti essere incinta?”
“Cosa? No! È escluso, lo sai che non rientra nei nostri piani. Luca non ne vuole neanche sentire parlare.”
“Si lo so, ma…”
“Niente ma, sto bene e possiamo iniziare a lavorare. Cosa c’è di bello da scrivere oggi sul nostro giornale?”
L’intenzione era proprio quella di non pensare. Non volevo che il dubbio di Marisa potesse diventare anche il mio. Il resto della giornata era passato con tutta la calma alla quale ero stata sempre abituata. Mi ero ripresa, stavo bene e non vedevo l’ora di tornarmene a casa.
“Ci vediamo domani Marisa.”
“Ciao e riguardati.”
“Lo farò, anzi stasera mi farò coccolare da Luca.”
La signora Alda, che veniva da me tutti i pomeriggi, mi aveva aiutato a preparare una cenetta con i fiocchi e se ne era andata non appena Luca era rientrato.
L’ho conosciuto sei anni fa in una scuola di specializzazione, l’ho sempre chiamata così. È stato il mio professore.
L’ho odiato sin dal primo momento. La sua voce tranquilla e sicura cozzava con la mia irrequietezza. La sua fermezza nel richiedere compiti e prove mal si fondeva con il mio desiderio di non volermi trovare lì, di essere altrove. La sua insistenza, caparbietà e tenacia erano in lui le qualità che in me si trasformavano in difetti. Lo odiavo.
“Signorina Michela, ha cominciato a leggere il libro che le ho dato…”
“No!”
“Guardi”, continuava per niente impressionato dalla mia rigidità, “che è importante. Per lei, non lo dico per me…”
“Allora non lo dica. A me ci penso io!”

 


 

Seconda puntata

I nostri battibecchi mi creavano sempre più ansia perché sapevo che aveva ragione, ma non riuscivo a liberarmi dalla necessità che provavo nel negarmi ogni spiraglio di cambiamento. Avevo paura e vivevo in un circolo vizioso: più cercavano di aiutarmi e più mi difendevo alzando muri intorno e dentro di me.
“Michela”, mi disse un giorno con un tono di voce che non faceva presagire niente di buono, “l’opportunità che ti è stata data è importante. Se non vuoi cogliere il cambiamento che potrebbe portarti allora qui non c’è più posto per te! Se domani non ti vedrò a lezione capirò, ma se ci sarai ti prometto che non ti pentirai di avermi dato ascolto.”
Aveva pronunciato quest’ultima frase più lentamente, accarezzando le parole e non so, l’impressione era che stesse accarezzando anche me.
Poi, uscì dalla stanza lasciando una scia di profumo agrumato.
Ovviamente, il giorno dopo mi presentai.
Lui non mi disse nulla per tutta la lezione e solo al termine della sua ora mi chiese di rimanere altri cinque minuti.
“Sono contenta tu sia tornata oggi. So che non ti fidi del prossimo, ma se tu me lo permetterai vorrei aiutarti a recuperare il tempo perso…”
“E come? Facendomi rinascere?”
Saltò sul mio tono sarcastico come se avesse avuto davanti solo un piccolo ostacolo da superare e con un semplice gesto mi afferrò entrambe la mani dicendo:
“Non ho questo potere, ma solo il desiderio di prenderti per mano e averti sempre accanto a me.”

Non sapevo cosa dire, non ero più una bambina ma ero emozionata come non mi ero mai sentita. Il mio corpo avvampava mentre il cuore sembrava volesse uscirmi dal petto. Ho sorriso e non ho tolto le mie mani dalle sue. E ancora oggi, sono lì, al sicuro.
Luca insegna ancora la mattina e soltanto un paio di volte la settimana è impegnato con i corsi pomeridiani. È una persona dolcissima, attenta alle mie esigenze, premurosa. Un angelo. Un gran parlatore tanto che la sua assenza si nota durante le ore in cui non è in casa. Solo su di un argomento ha sempre avuto poche parole, non gli piace discuterne e mi sembra che abbia le idee chiare: non vuole figli. Credo abbia paura delle responsabilità, e non posso dargli torto. La serata fu un successo: l’appagamento del palato propedeutico per quello fisico, facemmo l’amore con un trasporto eccezionale. Le sue mani affettuose non hanno segreti per il mio corpo, so riconoscerne l’asprezza del palmo, la lunghezza di ogni singolo dito e mi piace la dolcezza delle sue carezze.
Il giorno seguente stessa storia e identiche sensazioni: capogiro e nausea.
Ricordo di aver pensato che forse Marisa non aveva avuto torto il giorno prima. Avevo il cuore in gola e avrei desiderato vestirmi più velocemente, ma non ne ero capace allora, proprio come ora, e feci tutto come sempre. Una volta uscita di casa superai l’ingresso del mio ufficio per andare direttamente in farmacia, due portoni più avanti. Più tardi, nella redazione del giornale, chiesi a Marisa di accompagnarmi in bagno perché non sarei mai stata in grado di farcela da sola. Mi aiutò a leggere il risultato e il responso dello stick risultò essere inconfondibile: INCINTA!

 


 

Terza puntata

“Che cosa dirò a Luca?”, furono le mie prime parole.
“Possibile che lui sia sempre al centro dei tuoi pensieri?”, mi redarguì Marisa, “questa è anche la tua vita. Pensa solo per un attimo a te, a cosa vuoi fare, è inutile che ti dica…”
“Si, si, non parlare. È inutile. So quello che vuoi dirmi.”
Ricordo di essere andata a casa pensando che, a quel punto, tutto era veramente inutile.
La vita che avevo costruito con Luca stava per crollare, in un modo o nell’altro. L’equilibrio trovato dopo tanti anni stava per essere spezzato con una facilità che aveva dello sconvolgente. Aspettai il rientro di Luca con un’ansia indefinibile. Invece lui, come al solito, ribaltò ogni mia aspettativa continuando ad essere il mio punto di riferimento come lo era stato a scuola quando diceva: “… il quotidiano sarà la prova più difficile per voi, ma l’importante è che sappiate chiedere aiuto, senza vergogna. Dagli altri prendete pure in considerazione i loro consigli perché vi illustreranno altri punti di vista, ma non perdete il vostro obiettivo: fare ciò che più vi rende felici, autonomi, indipendenti. Voi tutti siete in grado di prendere le vostre decisioni. Dovete solo avere un po’ più di coraggio…”
Luca è sempre stato molto razionale, ma in quel momento era senza dubbio alcuno anche molto felice e non me lo sarei mai aspettato. Sono solita fare sempre gli stessi errori: valuto male il prossimo, chiunque esso sia, ed erigo barriere solo per proteggermi da tutto ciò che penso di non saper affrontare. Mi tenne stretta a lui per un tempo infinito, continuando ad accarezzarmi dolcemente i capelli, il viso, le mani. Poi, con la consueta dolce fermezza che ben conoscevo, con il suo tono da professore mi illustrò l’altro aspetto della realtà: “Sai questo cosa potrà comportare per noi, vero? Soprattutto per te. Non siamo più dei bambini e l’entusiasmo deve essere necessariamente accompagnato dal vincolo della saggezza; l’età poi, fa anche la sua parte e la gravidanza per te non sarà una passeggiata. Soprattutto il dopo non lo sarà. Soltanto tu puoi capire cosa possa essere meglio per te. Io posso soltanto assicurarti che ogni tua decisione sarà anche la mia, senza rimpianti né rimproveri. Ho scelto te come mia compagna per la vita e ti appoggerò, qualsiasi strada tu voglia seguire. Non voglio influenzarti in alcun modo, ti chiedo solo di pensarci bene.”
Parole dolci. Vere. Belle parole ma, intanto, da quel momento, da quel giorno di calma apparente, mi sono sempre sentita sospesa tra il dovere e il volere.
Sospesa, fino a quando non sarò in grado di decidere e scegliere.
Cosa?
Mi sento di non avere scelta. L’unica possibile, per me, sarebbe il “non consentire”, l’unica maniera razionale di affrontare questo momento. Torno sempre allo stesso punto: non so decidermi.
Il ticchettio della pioggia sui vetri mi riporta ad oggi, all’imminente realtà, sono qui a casa, ancora seduta accanto alla finestra. Ora chiusa. Ascolto il cantilenare delle gocce che esplodono sul vetro. Ho pensato continuamente, senza sosta, a cosa sarà meglio fare quando arriverà il momento.
È arrivato, è oggi, e non so ancora cosa fare. Tra poco meno di un’ora Luca mi verrà a prendere e andremo a ritirare il risultato delle analisi. L’amniocentesi. La tua svolta.
Lo senti anche tu il rumore della pioggia? Riesci a sentire questo suono rilassante o sei più sballottato dalla mia ansia? Certo, non devi dormire sonni tranquilli in questo periodo, lo vorrei tanto ma anche io sono stanca, sai.
Vado a prendere il mio libro preferito per cercare di rilassarmi un po’, ma non riesco proprio a concentrarmi. Il mio corpo ha altro a cui pensare, si stanca facilmente e lo assecondo di buon grado, anche se non smette mai di sottolineare la sensazione che sta diventando la mia compagna di questi ultimi mesi: la certezza di non vivere più la mia vita di sempre. Tutto si sta modificando dentro e fuori di me: sono insicura, più del solito e affamata come non mai, specialmente di cose mai assaggiate prima. Il gusto del nuovo è elettrizzante per me: porta delle nuove sensazioni che vanno ad ampliare la gamma delle mie tante esperienze sensoriali. Uscire fuori dei confini è un bel traguardo per una che, come me, ha sempre seguito la sua strada su binari predefiniti, ma non per questo facili.

 


 

Quarta puntata

Non ho voglia di leggere, non ci riesco. Avrei voglia di uscire sotto la pioggia ora che si è fatta più insistente, invece apro solo un po’ la finestra che porta sul terrazzo ed esco quel poco che mi consente di non bagnarmi ma di cogliere appieno l’aria fresca sul mio viso. Sento la pelle respirare, tirare a causa dello sbalzo di temperatura e sono pronta a godere di quel vento bagnato e profumato di primavera che mi da una sferzata di energia.
Sapessi quanto è bello l’odore della pioggia. Che non è, come tutti quanti credono, quello della terra bagnata, tutt’altro: l’odore della pioggia lo senti prima che l’acqua tocchi il suolo, porta con sé fragranza di aria lontana e di umidità impalpabile. Dopo, ti arriva alle narici quello pungente della terra e dei suoi umori.
Sono preoccupata per quello che sarà di noi. Tra poco deciderò, dovrò farlo, se potrò essere in grado di prendermi cura di te come una qualsiasi altra mamma.
Ma come è una “qualsiasi” mamma? Non è forse chi ama senza riserve, chi sta accanto con pudore, chi cerca di insegnare a crescere nell’onestà, nella sicurezza. Non è forse chi prova a camminare nella vita, mano nella mano con una piccola guida?
Io potrò descriverti la vita come meglio l’ho capita, potrò insegnarti che anche la più grande difficoltà si può affrontare con relativa serenità, non avendo paura di chiedere aiuto. Su questo non dirò parole vuote, non saranno parole buttate al vento, al contrario: la mia stessa vita potrà essere un esempio per te. Se vuoi te la racconto. Anche se non vuoi, sono tua madre e tu, per il momento, hai il diritto di sapere.
Ho conosciuto tuo padre alla scuola per non vedenti di questa città. Da piccola mi sono sempre rifiutata di andare, non avevo alcuna intenzione di farmi trattare da cieca. Ma lo ero. Lo sono. E fin quando non mi sono decisa a varcare il cancello dell’istituto lo sono stata per tutti, anche per me stessa, in fondo al mio essere. Ero cieca dentro. Ora è soltanto un difetto fisico. Avevo bisogno di aiuto per cercare di conquistare appieno la mia indipendenza di essere umano. Ce l’ho fatta. Non ti nascondo che non è stato facile imparare presto ciò che veniva insegnato con metodo: tutte le attività quotidiane da svolgere senza più l’aiuto di nessuno. Vestirmi, lavarmi e cucinare da sola sono stati dei grandi e meravigliosi traguardi. Riconoscere il denaro e comperare un vestito, anche. Fidarmi degli altri, degli sconosciuti, è uno scoglio che non ho ancora superato del tutto, ci sto ancora lavorando, ma spero di poter riuscire, un giorno, anche in questo.
Imparare il braille è stato difficile, come anche camminare da sola avendo come punto di riferimento il numero dei miei passi per arrivare a destinazione. I primi anni ho usato le scarpe da ginnastica per non sentire, oltre al rumore dei miei tacchi sull’asfalto: tic, tic, anche la cadenza del mio handicap: toc. Tic, tic, toc. Tic, tic, toc. Il bastone, bianco mi hanno sempre detto. Bianco come il mondo, come l’essere, come il tutto, dal momento che vivo nel buio perenne. Poi mi sono abituata anche a questo nuovo amico, ho rimesso i tacchi massimo cinque centimetri, restituendo ai miei piedi la funzione importante di sostegno, di radice, di stabilità. È molto importante la stabilità per me: poter contare su dei sostegni validi nel corso della mia giornata è fondamentale. Ora mi muovo in casa con sicurezza; con Luca, tuo padre, abbiamo studiato un arredamento che possa facilitare i miei movimenti, anche quando sono da sola. L’unica cosa che non faccio è andare ad aprire alla porta, ci pensano Luca e la signora Alda per me.
Il mio dubbio è questo: tu sarai sano?
Potrai usare i tuoi occhi per me?

 


 

Quinta ed ultima puntata

Ho paura di non poterti aiutare se tu non sarai sano come un pesce, forte come un toro, con la vista di un’aquila. Hai fatto caso alle mie parole? Tutti animali per cercare di fare il paragone con il mio cucciolo.
Non è colpa tua.
Sono io che ho paura di non essere alla tua altezza. Sono io che non so come potrei fare per aiutarti a finire i compiti di scuola. Certo, tu me li leggeresti e io ti ascolterei, questo so farlo bene. Sono certa che sarei in grado di trasmetterti quello che provo, sono sicura che saprei insegnarti tante cose nuove, quelle che ti faranno diverso agli occhi degli altri perché sarai più sensibile dei bambini della tua stessa età.
In questo preciso istante mi viene alla mente una lezione, che all’epoca non aveva minimamente destato il mio interesse: “… tra gli undici mesi ai tre anni circa, i bambini non comprendono l’handicap, ma aiutano inconsciamente i loro genitori. Poi cominciano, dai tre ai sei anni, a capire e a porre domande, come tutti i bambini, senza aver paura della diversità…”
La scatola della memoria si è aperta al momento giusto!
Tu, però, sarai in grado di farmi vedere come sei? Come diventerai?
Sono curiosa di sentire la tua voce, la tua risatina gorgogliante simile al suono di quei piccoli campanellini che tanto mi piacciono. Si, la tua risata me la immagino così: divertente e divertita. Festosa. Allora ti toccherò le labbra per capire come sei quando sorridi. E te le toccherò sempre, per capire come sei in ogni momento della tua crescita. Il timbro della tua voce, che inevitabilmente cambierà con gli anni, mi suggerirà come diventerai e quali saranno i tuoi tratti somatici modificati dal tempo. Tuo padre lo conosco così, con le mani, con l’udito e non ho mai sbagliato un suo stato d’animo.
Ho paura, lo stesso. Di non poterti dare quello che tu vorresti.
Una vita normale. Se tu avessi dei problemi come potrei aiutarti?
Ecco Luca, sento la chiave nella toppa.
“Tesoro eccomi, sei pronta?”
La punta di tensione nella sua voce l’ho avvertita subito, ma non gli dico nulla.
“Si, pronta”, cerco di convincermi mentre tremo come una foglia.
In macchina non ci diciamo una parola, lui con lo sguardo fisso alla strada, io dentro di me. Su di te.
In sala d’attesa aspetto che mi chiamino. Sono sudata e dò ancora la colpa al caldo.
“Signora Michela Leda”
“Eccomi”, mi alzo come una molla e chiedo a Luca di rimanere seduto, voglio andare da sola. Lui mi stringe la mano dicendomi soltanto: “È proprio davanti a te, pochi passi e c’è la porta.”
Faccio cinque passi. Solo cinque prima di entrare e sapere se sei sano.
Cinque piccoli passi per decidere se tenerti in ogni caso con me.
Cinque passi per comprendere che non voglio.
Non voglio farti vivere la colpa del mio handicap, della mia diversità.
Tu non hai colpe. Tu sei tu. Io non ho colpe. La mia vita ha preso la strada che ha dovuto e sento che potrò darti tanto di più. Potrò crescere con te. Tu potrai accompagnarmi nella mia crescita di donna, insieme a tuo padre.
Cinque passi per essere certa che non mi interessa più sapere come sarai. Adesso non ho più paura né della tua “normalità” né della tua eventuale mancanza di questa e tu non dovrai avere paura della mia condizione. Sarò incosciente, ma solo ora mi sento veramente felice di essere come sono: potrò darti tutta me stessa con la voglia e il coraggio e la pazienza che so di avere nei momenti di difficoltà.
Cinque passi per sentirmi già trasportata dentro di me, dentro di te.
Saremo la coppia più bella del mondo.
Sento lo sguardo di Luca puntato su di me. Uno sguardo pesante, carico di emozione, tensione, aspettative.
L’infermiera mi attende sulla soglia della porta, mi tende una mano che io afferro con gratitudine.
Dopo quattro mesi di ansia, di tensione più o meno immotivata, varco l’ingresso della stanza numero otto, ritiro referti.
Non ho più paura di non vederti, ora lo so con certezza che sarai la mia luce.
E la luce non si vede solo con gli occhi aperti: si sente con l’anima.
Anche la luce ha il suo odore, lo sai?

 


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