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L’impressione è che, da un po’ di tempo a questa parte, il concetto di privacy stia sempre più perdendo il proprio carattere, la propria forza evocativa. Non solo: per certi versi sembra che il suo stesso significato si stia lentamente dissolvendo, e non certo nel dizionario ma nella mente delle persone. Il terremoto del Datagate ha portato alla luce il problema della privacy e della sua tutela ma, ben pensarci, quanto affermato poc’anzi costituisce un trend che affonda le sue radici negli ultimi dieci/vent’anni. 

L’uso di internet, con i suoi blog e i suoi numerosi social network, ha sempre più portato alla ribalta la vita privata delle persone. Curiosando sui vari Facebook, Twitter, Instagram (etc.), chiunque ha la possibilità di osservare virtualmente la vita di conoscenti e sconosciuti. La chiave di tutto ciò è rappresentata dal fatto che la quasi totalità delle informazioni disponibili su internet sono state ivi poste direttamente e intenzionalmente.  In particolar modo, le nuove generazioni vivono su internet e di esso si nutrono: vedere e commentare foto e video di amici o estranei possono rientrare tra le usuali azioni del quotidiano. Come risultante, attraverso internet abbiamo letteralmente spalancato al mondo la porta della nostra vita, come un piccolo museo a ingresso libero.

Sarà per questo che il Datagate non ha scandalizzato più di tanto? A questo punto, forse, sarebbe anche ipocrita avanzare una protesta giacché sbandierare la propria vita ai quattro venti attraverso un monitor e una tastiera pare ormai esser diventata normalità: dopo aver trascritto la propria vita su centinaia di pagine virtuali, perché lamentarsi se qualcuno dall’alto legge la tua mail o studia le tue mosse sui motori di ricerca? 

Antonello Soro (Presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali), in un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica il 18 ottobre scorso, ha dichiarato: «i social network vanno a caccia di dati e mettono sempre più a rischio i diritti [in una sorta di] rincorsa all"'oro dei dati" [per cui] è difficile non indignarsi». Tutto vero se non fosse che la gente riporta i “dati” su internet di proposito, pur intuendo quali rischi possa correre l’integrità della propria privacy.

Semplicemente rilassati, spia e fatti spiare.

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