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MARGINALISMO

MARGINALISMO

L’economia è divenuta “cosa di tutti” da un po’ di anni a questa parte, paroloni difficili di origine anglofila, tappezzano e riempiono gli articoli dei nostri giornali. Con le righe a seguire, cercherò di soffermarmi, in ordine cronologico sui diversi pensieri economici che hanno forgiato l’economia attuale.

In quest’articolo: Marginalismo.

La scuola di pensiero economica marginalistica, conosciuta anche come scuola “neoclassica” (contrastante la scuola classica di A. Smith, D. Ricardo, J.S. Mill) o scuola viennese o austriaca, in riferimento ai fondatori, è legata soprattutto ai nomi di Leon Walras, Carl Menger, William Stanley Jevons. Questa dottrina economica ha avuto ruolo di spicco nella scienza economica al termini del 19° secolo e ha avuto ulteriori sviluppi grazie a economisti quali Vilfredo Pareto, Philip Henry Wicksteed  e Knutt Wicksell. Questi hanno accettato la teoria dell’utilità marginale estendendola a situazioni di equilibrio economico generale e non soltanto all’equilibrio parziale dei mercati.

A differenza della scuola classica[1], i neoclassici presumono che il valore di un bene sia dovuto all’utilità o valore d’uso soggettivo che il consumatore attribuisce al bene e non al costo oggettivo del lavoro sostenuto per la produzione dello stesso. Dunque si dà risalto ai problemi della misurabilità dell’utilità per un singolo individuo e della confrontabilità tra le utilità per soggetti diversi. L’utilità tenderà a deperire con il consumo di ogni unità aggiuntiva dello stesso bene.

I marginalisti parlarono di “teoria del valore” fondata su fattori esclusivamente soggettivi, poggiante su calcoli di convenienza dei singoli individui: il valore di un prodotto è definito sulla base “dell'importanza che il consumatore attribuisce al prodotto stesso” e cioè, più il prodotto è desiderato, più è capace di soddisfare un bisogno e più vale. Se per i classici era essenziale lo studio della crescita economica,  per i marginalisti è necessario effettuare gli studi sull'equilibrio economico e sulla ricerca di metodologie di allocazione delle risorse in modo efficiente.

Una caratteristica peculiare dell’approccio marginalista, riguarda i soggetti economici. Se i soggetti sono capaci di effettuare scelte razionali in vista della massimizzazione di un obiettivo individuale quale il profitto o l’utilità, devono essere degli “individui”, caratterizzati dall’individualità dell’unità decisionale. Con quest’ottica scompaiono di scena classi sociali e soggetti collettivi che invece mercantilisti[2] marxisti e classici avevano posto al centro delle loro teorie.

Per esplicitare al meglio la teoria marginalista, riporto l’esempio del “bicchiere d’acqua”. Posto che il consumatore soddisfa i suoi bisogni in modo decrescente, per un assetato, il primo bicchiere d'acqua è molto desiderabile e quindi reca un beneficio elevato. Lo stesso sarà per il secondo bicchiere. Dal terzo bicchiere in poi, ogni dose successiva recherà sempre minor soddisfazione fino ad arrivare al punto di creare fastidio. Quindi le unità di un determinato bene, appagano in modo decrescente il consumatore.

Leon Walras fu uno dei maggiori esponenti della scuola neoclassica. Per tale studioso, ci sono sostanzialmente due gruppi di individui tra di loro differenti: consumatori ed imprenditori. La differenza tra i due si fonda sulla diversità delle decisioni che essi sono chiamati a prendere. I consumatori decidono la composizione e il livello dei consumi (e di conseguenza anche quello del risparmio); l’insieme delle imprese decide invece la composizione della produzione e dell’investimento.

Avendo fatto riferimento ai consumi ed agli investimenti è opportuno citare Merger, altro grande economista marginalista. Menger voleva ricostruire i fondamenti della scienza economica, intesa come disciplina teorica pura, per poter offrire una spiegazione del valore e dei prezzi differente da quella dei classici. Se per i classici il “valore” era governato dai costi del passato, per Menger invece risultava principale il giudizio del consumatore circa l’utilità dei beni alla soddisfazione dei suoi bisogni.

Jervons fu, insieme a Menger e Walras tra i precursori della rivoluzione teorica che esplose alla fine degli anni ’90 dell’ottocento.  Jervons volle far notare che caratteristica distintiva dei neoclassici è il riguardo avuto per i soggetti economici:

“Il problema economico può essere formulato come segue: dato: una certa popolazione con vari bisogni e poteri di produzione, in possesso di certe terre e di altre fonti di materia; da determinare: il modo di impiegare il lavoro meglio atto a rendere massima l’utilità del prodotto”.[3] William Stanley Jevons

Jevons dimostrò che l’utilità a margine diminuisce (come nell’esempio del bicchiere d’acqua). Infatti quanto è maggiore la possibilità che abbiamo di un bene, tanto minore è la soddisfazione che ricaviamo dal comprarne un’unità in più e conseguentemente, tanto minore è il prezzo che siamo disposti a pagare per tale unità.

Nonostante tutto questo lavoro teorico, la scuola marginalista fu però agli albori ostacolata, proprio William Jevons dovette fronteggiare la scuola classica, mentre Menger si scontrò con l'impostazione della scuola storica tedesca, la quale criticava radicalmente l'approccio logico-deduttivo, proprio dei marginalisti.

Col tempo poi, ci si rese conto che un approccio eccessivamente relativista non era sufficiente per spiegare i fenomeni (basta pensare alla scuola storica tedesca). Il marginalismo quindi fu accettato e si diffuse esponenzialmente, anche in quanto espressione della professionalizzazione della disciplina economica.

“Cercate di passare molto tempo a parlare faccia a faccia con i clienti. Sareste stupiti di sapere quante aziende non ascoltino la loro clientela”. Ross Perot

 

RIFERIMENTI

·         Garegnani P., Il capitale nelle teorie economica neoclassica, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1986.

·         B. Ingrao, F. Ranchetti, Il mercato nel pensiero economico, Hoepli, Milano, 2000.

·         Maria Caterina Federici, Idolon, l’idea di mercato negli autori sociologici, Milano, Morlacchi Editore, 2003. 

 



[1] http://www.convincere.eu/economia/item/425-economia-classica 

[2] http://www.convincere.eu/economia/item/401-il-mercantilismo

[3] Maria Caterina Federici, Idolon, l’idea di mercato negli autori sociologici, Milano, Morlacchi Editore, 2003, p. 57

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