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ECONOMIA CLASSICA

Smith con word cloud Smith con word cloud

L’economia è divenuta “cosa di tutti” da un po’ di anni a questa parte, paroloni difficili di origine anglofila, tappezzano e riempiono gli articoli dei nostri giornali. Con le righe a seguire, cercherò di soffermarmi, in ordine cronologico sui diversi pensieri economici che hanno forgiato l’economia attuale.

In quest’articolo: l’Economia classica

L’economia classica è una scuola che ha avuto l’apice nel pensiero economico a partire dal 1776, anno nel quale Adam Smith ha pubblicato: “An inquiry into the nature and causes of the wealth of nations”. Questa opera di Smith pone fine al periodo dei mercantilisti e dà avvio alla serie di economisti classici superando anche i concetti dei fisiocratici.

L’economia classica è cronologicamente la terza scuola di pensiero economico, in seguito al mercantilismo e alla fisiocrazia. Gli economisti classici sono considerati la prima scuola moderna fondante la scienza economica come oggi è contemplata. L’economia classica dà risalto con la propria analisi alla crescita e alla libertà economica, valorizzate dal sistema capitalistico nato con la rivoluzione industriale. Peculiarità cardine dell’economia classica è il ruolo di predominanza dato al “libero mercato”, immaginato come istituzione con la capacità di assicurare il completo utilizzo dei fattori di produzione e l’allocazione efficiente delle risorse del sistema economico. Gli economisti classici hanno ispirato pensieri economici attuali come la “Scuola neoclassica” e la “Macroeconomia classica” che avranno la dovuta rilevanza nei successivi articoli di tale rubrica.

Adam Smith è senza ombra di dubbio il fondatore dell’economia classica e di conseguenza dell’economia come disciplina scientifica. L’analisi di Smith partì dal pensiero economico fisiocratico[1] soffermandosi sulla visione circolare del processo economico (nel caso fisiocratico: produzione, modifica, vendita) oltre che sulla ricchezza prodotta all’interno di una nazione. A differenza dei fisiocratici però Adam Smith, scostò la propria analisi dall’agricoltura (imperante nella fisiocrazia) a tutti i fattori produttivi come: lavoro, capitale, salariati e redditieri. Il filosofo ed economista di origine scozzese pensò inoltre che la crescita produttiva era dovuta alla divisione del lavoro ed evidenziò l’autoregolamentazione che il libero mercato possiede con la metafora della “mano invisibile” in polemica con le posizioni protezioniste mercantilistiche[2].

“il mercato è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non era parte delle sue intenzioni”. Adam Smith.

Smith ha tra i suoi grandi meriti quello di aver aggiunto un “teorema ancora oggi posto a fondamento delle analisi dei comportamenti economici, il principio secondo cui è la somma dei comportamenti egoistici che determina la massimizzazione del benessere collettivo”. Maria Caterina Federici

Il liberismo economico di Smith parte dall’idea che il mercato è mosso da leggi sue proprie che possono essere studiate in modo scientifico e che lo Stato ha il dovere di assicurare che le forze del mercato possano dispiegarsi compiutamente, ad esempio nella tutela della concorrenza.

Il pensiero dell’economista scozzese ha origini differenti: l’empirismo di John Locke, gli insegnamenti di Francis Hutcheson, il diritto naturale di Ugo Grozio, le impressioni di Hume e dei filosofi francesi come Rousseau e Montesquieu; in fine, l’idea tipica dei filosofi scozzesi, secondo la quale l’individuo è mosso dalla passione piuttosto che dalla ragione.

Adam Smith diede con un’unica opera un quadro generale delle politiche di tipo economico migliori per sollevare la crescita e lo sviluppo, del modo in cui gran parte delle decisioni economiche prese in autonomia sono in realtà dovute al mercato, delle forze che determinano la ricchezza delle nazioni. Utilizzando la terminologia moderna potremmo dire che Smith fu un teorico della macroeconomia che analizzava le forze scatenanti la crescita economica, ma le forze alle quali lui faceva riferimento rientravano in delle aree che oggi non appartengono propriamente all’economia moderna. Il modello economico di Smith e la sua analisi riguardavano anche discipline come la sociologia, la politica e la storia. 

 

RIFERIMENTI:

-ADAM SMITH, La ricchezza delle nazioni, Newton Compton Editori, Roma, 1976.

-SERGIO CREMASCHI, Il sistema della ricchezza. Economia politica e problema del metodo in Adam Smith, Angeli, Milano, 1984.

-ALESSANDRO RONCAGLIA, La ricchezza delle idee. Storia del pensiero economico, Bari, 2001.

-PETER GRENEWEGEN-GIANNI VAGGI, Il pensiero economico. Dal mercantilismo al monetarismo, Roma, 2002.

-MARIA CATERINA FEDERICI, Idolon. L'idea di mercato negli autori sociologici. Per le Scuole superiori, Morlacchi Editore, Perugia, 2003.



[1] http://www.convincere.eu/economia/item/410-la-fisiocrazia

[2] http://www.convincere.eu/economia/item/401-il-mercantilismo

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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