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LETTERA AL MINISTRO GRILLI, I MALUMORI DEL COCER DELLA GUARDIA DI FINANZA

Grilli COCER GdFHa lasciato parecchi malumori la riforma pensionistica emanata dal Governo, riguardante il settore previdenziale esclusivamente indirizzato alle forze di Polizia.

Tale riforma, consistente in diversi tagli da apportare sotto l’ aspetto delle assunzioni nonché dei licenziamenti, viene considerata una nuova ‘debacle’ alle condizioni già precarie in cui operano i contesti operativi e non del settore della sicurezza.

Il Consiglio Centrale di Rappresentanza della Guardia di Finanza, in data 10.10.2012, in seguito alla presa visione del nuovo provvedimento di cui sopra approvato dal Governo, ha inteso inoltrare apposita lettera al Ministro Grilli, Ministro per l’Economia e le Finanze.

Ecco il testo, in cui si deduce tutta l’amarezza e la delusione di chi opera giornalmente al servizio della legalità e dei cittadini:

“ Signor Ministro,

all’incontro a Palazzo Chigi tenutosi alcune settimane fa con i Co.Ce.R e le OO.SS. di Polizia e del Soccorso Pubblico, al quale Lei non era presente, il Ministro Fornero ci ha ringraziato per il lavoro svolto dai nostri operatori ma, nel contempo, a sostegno delle ragioni che inducono il Governo a portare avanti una riforma stigmatizzata anche dai partiti che appoggiano l’esecutivo, ha affermato che il Paese è in difficoltà. Per queste ragioni ci ha chiesto, senza alcuna remora, come se noi vivessimo nel lusso sfrenato e con stipendi o pensioni da capogiro, di accettare la riforma in modo tale da fare un sacrificio per il nostro Paese.

Signor Ministro, non ce ne voglia, ma chiederlo a noi è stato come chiedere ad un malato cronico di non urlare per il dolore, perché infastidisce i vicini, o di rinunciare alla necessaria terapia perché troppo costosa.

Signor Ministro, è a conoscenza che un nostro operatore percepisce mediamente 1300 euro mensili?

Il personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico vive ogni giorno nel sacrificio, operando tra mille difficoltà e con dispendio della propria vita a favore della collettività. L’obbligo di doversi considerare a disposizione - sempre e comunque - previsto da norme e regolamenti, per le esigenze del Paese, fanno sì che questo incarico si trasformi in una vera e propria  missione; in altre parole chi sceglie questo lavoro accetta, per sempre, una filosofia di vita connotata da parecchie compressioni dei diritti e da molti doveri, ovviamente con inevitabili riflessi sulla tipologia e sulla qualità della vita anche dei propri familiari.

Signor  Ministro, quale altro lavoro  prevede il possesso di un’arma e richiede, per legge, anche l’estremo sacrificio della propria vita per salvaguardare la Patria e le libere Istituzioni ?

E poi, in quale altro lavoro ci sono i seguenti obblighi e limitazioni:

  • assunzioni di qualifiche di polizia giudiziaria a carattere permanente, con precisi obblighi di legge in qualsiasi momento della giornata, anche liberi dal servizio;
  • conservazione dell’idoneità fisica, con assoggettamento a visite mediche periodiche, che in caso di inidoneità comportano il collocamento in congedo;
  • mantenimento dei requisiti operativi  valutati periodicamente;
  • mantenimento dell’idoneità, sotto il profilo morale e caratteriale, che in caso  di giudizio negativo comporta il collocamento in congedo;
  • impiego diuturno in attività operativa ed in contesti ostili, con alti fattori di rischio e con condizioni ambientali e climatiche anche estreme, che nel tempo determinano un elevato logoramento psico-fisico;
  • divieto di partecipare a riunioni e manifestazioni politiche e di svolgere propaganda politica nel corso di attività di servizio, in luoghi destinati al servizio, in uniforme o qualificandosi come militare o come appartenente ad una forza di polizia;
  • divieto di scioperare, di costituire od aderire a sindacati o ad Associazioni professionali a carattere sindacale;
  • divieto assoluto di svolgere altre attività lavorative, anche part-time, di iscrizione ad ordini o albi professionali (ovviamente in caso di possesso dei previsti titoli);
  • limitazione e condizionamento circa il diritto di riunione, della pubblica manifestazione del pensiero, di allontanamento dalla località di servizio e  di espatrio;
  • assoggettamento, oltre alla legge ordinaria, anche alla legge penale militare con sanzioni differenziate in tempo di pace e di guerra;
  • sottostare a sanzioni disciplinari senza un’adeguata garanzia di difesa, che per fatti anche non costituenti reato, comportano la rimozione dal grado ed il collocamento in congedo assoluto;
  • soggiacere all’istituto della consegna di rigore per violazioni disciplinari, che  comporta la privazione della libertà personale;
  • mobilità “d’ufficio”, con frequenti trasferimenti nell’arco della carriera, che di conseguenza hanno inevitabili ricadute sulla sfera personale e familiare;
  • incompatibilità a lavorare nello stesso luogo ove un familiare svolge  un’attività industriale, commerciale, artigianale o professionale;
  • impossibilità di ricorrere al giudice del lavoro per le controversie professionali ed obbligo, invece, di ricorrere ai Tribunali Amministrativi Regionali con particolare aggravio economico per il dipendente;
  • impossibilità di avvalersi di alcuni istituti previsti per gli altri lavoratori in materia di assistenza dei congiunti;

Ed ancora, Signor Ministro, il Governo del quale Ella è una autorevole esponente, è a conoscenza che buona parte del personale del comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico, proprio per queste particolari e gravose condizioni di status e d’impiego, insite nel tipo di lavoro svolto, risulta affetto da patologie rilevanti?

Casi di ipertensione arteriosa, ernie al disco, colite e gastrite, depressione, cardiopatie varie, crisi ansiose, ipoacusia, enfisema, artrosi, sono estremamente diffusi.

Nel periodo 2007-2011, proprio per queste cause o concause, hanno perso l’idoneità al servizio militare incondizionato o d’istituto e sono state, quindi, congedate circa 10.000 persone e ne sono decedute più di 1.000.

Per non parlare, poi, dei casi di suicidio, che aumentano di anno in anno.

Come Ella ben sa, dal 1995 in poi, una serie di riforme nel settore della previdenza hanno modificato radicalmente il sistema di calcolo dei trattamenti di quiescenza: passaggio dal retributivo al contributivo.

L’innovazione aveva previsto che il rilevante decremento del trattamento pensionistico scaturente da queste riforme, si sarebbe dovuto colmare con l’avvio del secondo pilastro del sistema previdenziale italiano, la cosiddetta previdenza complementare.

Sono circa 15 anni che è entrata in vigore tale riordino e nonostante le continue richieste dei Co.Ce.R. e dei Sindacati, per questi comparti la stessa non è stata ancora avviata, nonostante vi fosse un specifico obbligo di legge.

A causa di queste inadempienze i nostri operatori dopo aver dedicato la propria vita al Paese, andranno in pensione con un trattamento di quiescenza che si ridurrà anche del 50% rispetto allo stipendio percepito.

Un chiaro esempio, quindi, di come lo Stato contraddice se stesso, da un lato l’esigenza di fare cassa, a prescindere da come la si fa, e dall’altro i propri uomini e donne che disperati ricorrono in massa ai Tribunali Amministrativi Regionali per rivendicare una profonda ingiustizia. Una vera e propria battaglia di civiltà, quindi, che spinge loro a dover ricercare la strada per poter mantenere un livello di vita dignitoso quando andranno in pensione. Quella condizione che lo Stato gli aveva promesso, ma che oggi puntualmente disattende.

La legge finanziaria del 2010, inoltre, nella quale il comparto ha contribuito per il 9% dell’intera manovra, ha bloccato il rinnovo contrattuale e gli effetti economici delle progressioni di carriera e degli automatismi stipendiali per tre anni, ha  sancito che il metodo di calcolo del TFS si effettui con lo stesso sistema del TFR. Questa abile alchimia, oltre a generare un trattamento meno vantaggioso,  ci continua a privare della possibilità di richiedere l’anticipo del TFR, a differenza di tutti gli altri lavoratori.

Oggi, in vista dell’approvazione della legge di stabilità, già si inizia a parlare di un ulteriore blocco dei rinnovi contrattuali, degli automatismi stipendiali e delle progressioni di carriera per i prossimi anni e della sospensione dell’erogazione dell’elemento provvisorio della retribuzione, cosiddetta “vacanza contrattuale”.

Su questo punto dobbiamo prendere atto che il Governo anche nel metodo viene meno ai suoi obblighi, peraltro prevista da una legge dello Stato. Nessuna convocazione è infatti giunta alle rappresentanze del comparto.

Concludendo, Signor Ministro, riteniamo che il tema dell’equità non possa essere più eluso. Per chiarire meglio il nostro pensiero ci ricolleghiamo all’intervento del Ministro Severino nell’incontro citato in premessa.

Ella ha sostenuto che la specificità del personale del comparto, di cui all’art. 19 della legge n. 183/2010, altro non è che la pratica attuazione del principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione.

In estrema sintesi: se si parte da basi diverse (vedi i sacrifici imposti dal nostro status) e si vuole giungere a soluzioni analoghe a quelle adottate per persone che non si trovano nella stessa situazione, si commettono ingiustizie.

In questa prospettiva, la riforma pensionistica come delineata nel documento sintetico fattoci pervenire è fortemente in contrasto con i principi sopra indicati in quanto, tra l’altro, pone in capo al personale il costo del mantenimento nell’efficienza delle amministrazioni.

Infine Signor Ministro, d’ora in avanti, Ella e tutti i componenti del Governo a cui appartiene cercate di evitare, se potrete, l’utilizzo delle forze di Polizia per garantire molti ingiusti privilegi che ancora connotano questo Paese, si risparmierebbero tante risorse da destinare alla collettività.

Gradiremmo, altresì, che alle parole di ringraziamento per il lavoro svolto dalle Forze dell’ordine, facessero seguito azioni coerenti.

Certi sentimenti non si proclamano, si dimostrano con i fatti. “

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