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Dino Buzzati, l’illustratore della parola

Dino Buzzati, l’illustratore della parola

Da poco più di una settimana è stata inaugurata a Palazzo Fulcis (Belluno) la grande mostra su Dino Buzzati, originario proprio del capoluogo bellunese. Al terzo piano dell’edificio, che ospita le collezioni del Museo Civico, le opere dell’illustratore si presentano suddivise in due stanze, a contatto diretto col famoso “Camerino d’Ercole” di Sebastiano Ricci, in un parallelismo che ben delinea la ricchezza storico-artistica del luogo dolomitico. 

“Le stagioni di Buzzati”, questo il nome dato all’esposizione curata da Marco Perale, prende in esame l’intera carriera dello scrittore. Composta da un totale di 54 opere, delle quali undici inedite (rinvenute per lo più nella Villa Buzzati di Visome, BL), la mostra presenta disegni, autografi e oggetti personali, che vengono messi in relazione con le pitture. 

Il percorso è diviso in tre zone ed altrettante fasi, che prendono il nome di: “alba”, “nostalgia della paura” e “la fine del centauro”. 

Importantissimo è già il primo segmento: alba infatti, in questo contesto, non è solamente sinonimo di “nascita”, ma è anche il nome proprio della madre di Dino, Alba Mantovani, donna che avrà grande impatto sulla vita privata e artistica dell’artista. È il periodo in cui Buzzati sembra dilettarsi particolarmente nell’arte del disegno, anche in ragione dell’affetto verso le due nipotine, Laura e Alba Maria Ramazzotti, chiamate affettuosamente Lalla e Pupa. Si iniziano già ad intuire da queste opere, dal gusto domestico-familiare, i duplici interessi dell’artista: non solo vi è uno sguardo alla dialettica di Depero, ma vi è anche un richiamo all’attualità fumettistica, quella del racconto per ragazzi: il Signor Bonaventura. Il rimando al mondo del fumetto sarà importante per tutta la carriera di Buzzati, che alla figurazione unirà ben presto la parola scritta, come ben si nota ne “Il Babau” del 1967.

Per raccontare al meglio il valore di questa mostra, abbiamo voluto raccontarvi brevemente le opere che più ci hanno colpito.

Le palais hanté, 1923 è la prima opera grafica di Buzzati. Si notano bene gli spunti tratti dalle opere di Arthur Rackham, illustratore di libri per l’infanzia. Nella parte bassa del dipinto, versi tratti da un poemetto di E.A. Poe.

 

Cagnone a San Pellegrino, 1969 viene ritratto l’iconico “cagnone” di Buzzati, bulldog di proprietà dell’artista. Nello sfondo, la già citata Villa di San Pellegrino.

 

Venendo alla maturità artistica, che in questo frangente corrisponde a “nostalgia della paura”, ci troviamo a fronteggiare i ferventi anni Sessanta. Sono questi gli anni in cui iniziano a farsi spazio prepotentemente i movimenti artistici oltreoceano, sdoganati soprattutto grazie a La Biennale di Venezia tenutasi in laguna nel 1964. A questa esperienza, Buzzati integra due viaggi a New York, nel 1963 e nel 1965, occasione durante la quale riesce a confrontarsi con la dialettica smaccatamente fumettistica di Lichtenstein e quella iconica di Andy Warhol. 

I marziani, 1971 è un dipinto complesso, composto da una pluralità eccezionale di citazioni. Giocando “in casa”, il primo riferimento da citare è senza dubbio quello de “La caccia ai tori in Campitello” di Marco Ricci, dipinto conservato proprio nello stesso palazzo che in questi mesi ospiterà la mostra. Si potrebbe azzardare anche un rimando al trecentesco Ambrogio Lorenzetti, che nella celeberrima “Allegoria del Buono e Cattivo Governo” presenta figure sospese, come quella della santa Rita, ma anche una folla che occupa la città. Di particolare interesse è il cartiglio che Dino pone sulla sommità della tela, elemento di lunga tradizione pittorica, ma che l’artista usa, ancora una volta, per apporre elemento narrativo al lavoro pittorico.

 

Ritratto di Antonella e Valentina, 1968 è il dipinto nel quale ispirazione bellunese e statunitense si fondono. Ai motivi floreali, derivanti dalle suggestioni dolomitiche, va ad unirsi il modus operandi della pattern painting, che inizia a svilupparsi proprio dal 1968, quando l’interesse per la decorazione e l’universo femminile si fa sempre più forte. Forse uno dei dipinti più sottovalutati della produzione buzzatiana. 

“La fine del centauro”, rappresenta il termine dell’esposizione, che prende in esame gli ultimi momenti della vita terrena e artistica di Dino Buzzati, dove tutto si fa più accentuato, ma anche dal retrogusto amaro, dove Buzzati si dimostra conscio del tempo contato dovuto al cancro al pancreas, stesso male che uccise, peraltro, il padre, quando l’artista era solo un ragazzino.  

Il Ritratto di santa Rita, 1972 che viene un anno dopo la famosissima opera letteraria “I miracoli di Val Morel”, è l’ultimo dipinto di Dino, commissionato da Bartolo Mastel. Forse non l’opera meglio riuscita, la tela è comunque spunto di riflessione per quella che è una delle costanti, e forse uno dei temi preferiti, dell’artista: la rappresentazione di santa Rita. La santa compare in più occasioni, dando l’opportunità al bellunese, trapiantato a Milano, di unire sacro e profano, terreno e ultraterreno.

 

Attacco al Vescovo, 1970 vista dal vivo, è forse la tavola più sorprendente, non tanto per il punto di vista iconografico, quanto più per la resa pittorica. Buzzati ragiona sulla resa della stampa dei materiali, ma anche sull’effetto che può avere la materia pittorica. In questo frangente, ad essere valorizzato è il color oro, dall’imponenza metallica, che è in grado di illuminare l’intero dipinto, dove troviamo, ancora una volta, la santa Rita “volante” che già abbiamo potuto ammirare nelle opere precedenti. Non che sia particolarmente sorprendente per la storia dell’arte, abituata da una lunga tradizione alla foglia d’oro, questo tipo di brillantezza, ma per Buzzati, che ci ha abituati a tinte opache a capiture larghe, rappresenta un’assoluta novità.

 

In conclusione, “Le stagioni di Buzzati” è un’esposizione da vedere. Che siate appassionati di lettura, piuttosto che di pittura, sono certa che la mostra vi offrirà ottimi spunti, facendovi tornare anche un po’ bambini, grazie alle splendide storie che, come splendidamente sapeva rendere su carta, Buzzati è in grado di raccontare in pochi centimetri quadrati di tela: per questo Dino Buzzati è l’illustratore della parola per eccellenza.

La mostra “Le stagioni di Buzzati” si chiuderà il 6 gennaio 2020. 

Tutte le immagini qui riportate sono tratte dal catalogo della mostra, disponibile presso il bookshop di Palazzo Fulcis.

 

 

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