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ITALIANITA'

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Dobbiamo una immensa gratitudine allo scomparso Carlo Azeglio Ciampi che come presidente della repubblica ha speso tutto il prestigio della carica rivestita per far riscoprire agli italiani il valore immenso dell’inno di Mameli.

Altri inni nazionali, seppur rispettabili nei sentimenti patriottici che esprimono, comunque non hanno l’imponenza delle parole che connotano il nostro inno di nazionale, composto dal pressoché ventenne Goffredo Mameli. Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa….. Quindi, si deduce che il sentimento patriottico poggia sull’Italia e sui fratelli che la popolano, l’inno è anche un richiamo ad un modo di essere e di vivere; in una parola più semplice è un richiamo all’italianità.

Questa parola presiede la definizione di un concetto che non è, comunque, facile esprimere né tantomeno spiegare compiutamente. Solitamente, quando si parla di italianità, si scivola facilmente nei luoghi comuni che spesso connotano il lato peggiore dell’essere italiani.

Intenzionalmente voglio disinteressarmi di questo aspetto che è certamente riduttivo ed è fin troppo facile e demagogico trattare. Desidero invece scoprire che cosa concettualmente sostanzia la parola italianità; qui il campo è un po' più difficile da dissodare perché se si vuole astrarre fin troppo, la parola rischia di rimanere avvolta da una nube di insuperabile vaghezza, mentre credo che con una minore astrazione e con l’indicazione di alcune similitudini o di alcuni riferimenti tangibili, il concetto di italianità comincia ad avere una connotazione distinta e poliedrica. Anche se, va assolutamente valutato il rischio, concreto, se pensiamo che la globalizzazione, intesa come fenomeno non solo politico-economico ma come un evento storico dalle valenze più estese, mira ad azzerare le esistenti diversità ed impone subdolamente un nesso educativo pressoché privo di profondità ma capace di essere un riferimento culturale in cui tutti, inconsapevolmente, vanno a riconoscersi.

Possiamo affermare che l’italianità è un insieme di caratteri storici e culturali che connotano fortemente la consuetudine e l’indole degli italiani, quindi essere o sentirsi italiano è percepire l’appartenenza alla civiltà, alla storia, alla cultura e alla lingua italiana, e soprattutto avere la piena coscienza di questa appartenenza. L’italianità non poggia le sue basi su tipologie etniche ben distinte, anzi si può dire che inconsciamente l’etnicismo dell’Italiano è equiparabile ad un fuoco che arde e che come combustibile ha la propria storia; quindi l’italianità non erompe da un’unica popolazione, ma da tantissime realtà diverse che hanno imparato a convivere e l’Italia è quella terra ricca di montagne, di colline e di spiagge che l’italiano, ovvero l’uomo e la donna italiana, hanno plasmato.

Perciò, il significato di italianità non è razziale, esso è puramente culturale e fin dall’antichità ciò che ha accomunato la massima parte delle popolazioni che hanno dato vita agli italiani è stata la consapevolezza di avere una comune eredità romano-latina. Dall’alimentazione di questa consapevolezza si arriva al periodo cruciale per l’instillazione del concetto di italianità che è quello che va dal 1176 (battaglia di Legnano) al 1350: un arco di tempo che registra prima la lotta dei comuni contro il Barbarossa - nella società comunale viene alla luce  un nuovo ceto intellettuale pienamente consapevole della sua funzione ed è qui che emerge il primo embrione di una coscienza panitaliana - poi il primo tentativo di creazione di uno Stato moderno da parte di Federico II (le Costituzioni di Melfi o Liber Augustalis), unitamente alla grande fioritura letteraria (Dante, Petrarca e Boccaccio), artistica, giuridica dell'epoca contribuirono in misura determinante al processo di formazione della nazione italiana e dell’italianità.

La storia ci racconta che gli uomini e le donne, che hanno alimentato e si sono alimentati della terra italica, hanno segnato in modo indelebile tutto lo scibile umano non trascurando il lato più rilevante che è quello dello spirito. Possiamo dire, senza tema di smentita, che ogni aspetto del sapere, ogni campo delle conoscenze, qualsivoglia espressione delle capacità dell’uomo quale essere creativo vede sempre l’Italia o un italiano in prima fila.

Nessun paese al mondo possiede l’immensa quantità e l’eccelsa qualità del nostro patrimonio gastronomico; si riscopre l’alto valore della dieta mediterranea per la notevole durata media della vita degli italiani, è facile chiosare che chi mangia bene sta anche bene. E’ italianità il vestire bene, ma il radicamento del concetto e l’assunzione dell’attuale significato della parola moda, contrariamente a quanto si possa pensare, origina tutto a Firenze, da dove nel 1533 Caterina Maria Romula de’ Medici sposando il re di Francia Enrico II esporta con sé il gusto raffinato del vestire, la distinzione non effimera nel mangiare i cibi salati e i cibi dolci e tante altre conoscenze che i francesi, nazionalisti esagerati, stentano ad ammettere.

Possiamo affermare che l’italianità è sempre e ovunque, essa è evidente ed è anche nascosta, ma quasi sempre è sorprendente. Occorrerebbe un’enciclopedia sterminata per contenere tutte le eccellenze segnate dagli italiani e sarebbe fin troppo agevole ricordare Petrarca, Boccaccio, Dante, Ariosto, Leopardi, Pascoli, i Giotto, i Michelangelo, i Leonardo, i Raffaello, Brunelleschi, i Borromini, i Bernini, i Galilei, i Cardano, i Leonardo Pisano meglio noto come Fibonacci (filius Bonacci), i Volta, i Galvani, i Marconi, i Fermi e i tantissimi altri famosi. Prediligo sostanziare il concetto di italianità con altri punti di riferimento che si dànno per scontati e che, in apparenza, nulla avrebbero a che spartire con l’Italia o con lo stereotipo degli Italiani, mentre la ricerca del loro inventore o del loro ideatore svela, invece, che si tratta di un italiano. Se pensiamo alla prima circumnavigazione della Terra, inevitabilmente la nostra memoria incrocia il nome del portoghese Magellano, pochi sanno però che senza il basilare apporto del cartografo ed esploratore Antonio Pigafetta l’impresa non avrebbe avuto l’esito positivo. Si può prendere in considerazione l’America senza pensare agli esploratori Cristoforo Colombo, Giovanni da Verrazzano e Amerigo Vespucci che le ha dato perfino il nome?

Se paragoniamo gli USA ad un corpo umano, ci accorgeremo che l’italianità non è immediatamente visibile come possono essere gli occhi piuttosto che la bocca; essa può essere comparata alla circolazione sanguigna dove nelle arterie scorre il sangue buono e nelle vene quello cattivo; ed allora nel lato venoso vediamo scorrere gli Al Capone, i Frank Costello, i Vito Genovese, i Charles "Lucky" Luciano, Carlo Gambino, i Gaetano Lucchese, gli Joe Bonanno, Joseph Colombo, mentre in quello arterioso si sono prodigati a dare lustro: gli Antonio Meucci, i Fiorello La Guardia, i Rodolfo Valentino, i Frank Sinatra, i Dean Martin (Dino Crocetti), le Anne Bancroft (Anna Maria Italiano), le Adele Zerilli (madre di Bruce Springsteen) gli Al Pacino, i Robert De Niro, non ultimo, perché ancora tanti per ragioni di spazio non nominiamo, forse il più grande regista americano Francesco Rosario Capra o Frank Russell Capra, nativo di Bisacquinoun paesino del palermitano. (Comunque in calce all’articolo, stupirà l’elenco degli attori e delle attrici americane che hanno una origine italiana. Un parterre niente male per una comunità, quella italoamericana, che è da sempre considerata una minoranza etnica negli stati Uniti.)

Chiudiamo questa digressione Americana con il Presidente John Fitzgerald Kennedy; nel giorno più importante dell’America, che è quello del suo stesso compleanno: il Columbus Day, durante la campagna elettorale Kennedy rivolse un discorso agli italo-americani. Aveva una carta nella manica, di quelle che nelle competizioni elettorali sono preziose, e non ebbe esitazioni per usarla, tanto più che nessuno gliel’aveva richiesta. "Ora - disse - voglio rivelarvi qualcosa che ho sempre tenuta riservata. Nelle mie vene, come nelle vostre, scorre sangue italiano". Spiegò che il suo cognome materno, Fitzgerald, altro non era che la deformazione irlandese di Geraldini (fitz è la deformazione di filius, quindi figlio di Geraldo o Geraldini un ramo di un casato umbro insediatosi in Irlanda) dunque, per il ramo materno, era anche un Geraldini. Con questa battuta il Presidente fece centro; essendo già simpatico agli italo-americani quale rappresentante della giovane immigrazione giunto al supremo soglio del grande Paese americano, poi lo fu ancora di più, perché si era rivelato alla lontana un immigrato anche italiano.

Tanto per bilanciare la diffusione dell’italianità sul pianeta, va anche detto che relativamente alla Cina abbiamo avuto un certo Marco Polo e il gesuita Matteo Ricci. Mentre, relativamente alla Russia va detto che è esistito un rapporto con l’Italia e gli italiani che ha attraversato i secoli, e che ha visto, a partire dal Settecento, il suo periodo di massimo splendore: è in questi anni, infatti, che, grazie a Pietro il Grande, la Russia inizia a guardare all'Europa con sempre maggiore interesse, a voler partecipare attivamente alla sua vita culturale, artistica, politica, e, soprattutto, a rivolgersi ad un Paese europeo che fornisce un grande contributo in tutti questi settori del sapere e dell'ingegno: l'Italia. Dal fascino e dall'interesse, breve fu però il passo verso l'emulazione: ecco allora che, nella volontà di fare di San Pietroburgo la massima espressione del potere (e, quindi, anche della cultura, della politica, della vita del Paese), Pietro il Grande si rivolse all'Italia, e chiamò alla sua corte artisti e architetti italiani per realizzare quella che doveva diventare la magnifica capitale, ancora oggi definita da tutto il mondo la "Venezia del Nord" (del resto, proprio a Venezia lo zar si era recato in visita nel 1698 per valutarne la topografia, e oggi le piante delle due città coincidono in modo speculare).

È proprio con gli Italiani che questa città, un tempo paludosa, stretta tra il fiume Neva, diventa perfetta, elegante, aristocratica; fu a loro che San Pietroburgo deve la sua nuova identità europea. Siamo nei primi anni del Settecento (San Pietroburgo diventa capitale nel 1712) quando Pietro I chiamò per primo il ticinese Domenico Trezzini, a cui si deve sia la fortezza che la cattedrale dei Santi Pietro e Paolo. Al Trezzini seguirà Bartolomeo Francesco Rastrelli, nominato dalla zarina Caterina II architetto ufficiale di corte. Se infatti, alla morte di Pietro il Grande, nel 1725, gli abitanti della città sono già 100.000, bisognerà attendere l'ascesa al trono di Caterina II la Grande (imperatrice dal 1762 al 1796) perché acquisti una preminenza politica ed economica indiscussa nel Paese e raggiunga lo splendore architettonico e artistico che oggi vediamo.

 Al Rastrelli, Caterina affidò così il rinnovamento edilizio ed architettonico della capitale imperiale: a lui si deve infatti l'introduzione in Russia di forme barocche occidentali, che diedero vita a un nuovo stile, il cosiddetto "barocco russo" o "barocco petrino". Ma il suo nome è soprattutto legato a grandi opere quali il Palazzo d'Inverno, i palazzi Razumovkij, Stroganov e Voroncov; nelle immediate vicinanze della città lavorò invece alla reggia di Carskoe Selo ed al convento Smolny. Al Rastrelli seguirà il romano Antonio Rinaldi, al quale si deve il grandioso Palazzo di Marmo, e, dopo di lui, il bergamasco Giacomo Quarenghi che, ormai alla fine del Settecento, sarà il primo interprete del Neoclassicismo in Russia; a lui si devono il Teatro dell'Hermitage e l'Accademia delle Scienze.

Toccherà poi al napoletano Carlo Rossi – che visse sin dall'infanzia a San Pietroburgo, tanto da essere considerato un artista prevalentemente russo – continuare, a partire dal 1819, la diffusione del gusto Neoclassico. È lui l'artefice di importanti lavori urbanistici, ma anche di rilevanti edifici pubblici, come l'edificio dello Stato Maggiore, il Teatro Aleksandrinskij, i Palazzi del Sinodo e del Senato nonché il Palazzo Michailovskij, attuale sede del Museo Russo. Vladimir Putin, nativo di San Pietroburgo discende da una famiglia di abili artigiani di origine vicentina che si recarono a San Pietroburgo per offrire la loro bravura.

Noi tutti, perlomeno chi ha avuto la ventura di vederle, abbiamo nutrito ammirazione per due automobili francesi che per il tipo di clientela cui erano destinate hanno fatto la storia; parliamo dei motori e del disegno della carrozzeria della Citroen DS e della 2CV o Diane. Ebbene, anche qui scopriamo che la progettazione dei motori fu di Walter Becchia e quello delle carrozzerie di Flaminio Bertoni, due geniali piemontesi che hanno trovato accoglienza in Francia; chi avrebbe detto mai che quelle automobili fossero insospettabilmente il prodotto dell’italianità?

Spostiamoci nel campo dell’economia, non molti sanno che tutto quello che possa sembrare un’invenzione post prima rivoluzione industriale, come la società per azioni, già esisteva al tempo dei Romani, più precisamente nel periodo della massima espansione dell’impero cioè durante il principato di Traiano. Questa natura particolare incline alla creazione, all’invenzione non si è persa con la fine del dominio di Roma sul mondo; essa è stata ereditata dalle genti che hanno popolato l’Italia, e quando la storia rivede al centro dell’attenzione tutto ciò che accade in Italia, scopriamo che un certo Francesco di Marco Datini, un mercante nato a Prato nel 1335 e lì venuto meno il 16 agosto 1410, detto spesso il Mercante di Prato, ebbe la sua rimarchevole importanza. Dal ricchissimo archivio di lettere e registri da lui lasciato e ritrovato nel XIX secolo in una stanza segreta del suo Palazzo, è stato possibile analizzare compiutamente la vita e gli affari di un mercante operante nella seconda metà del XIV secolo. Ebbene, in base al notevole numero di lettere di cambio presenti in tale archivio, egli è generalmente ritenuto l'inventore dell'assegno, molti ritengono anche che la lettera di cambio fosse l'antenata della cambiale e sempre a lui dobbiamo l'invenzione del sistema di aziende.

L’italianità, per fortuna la possiamo scorgere anche oggi, magari in un settore doverosamente riservato e limitato, ma in grado di compiere azioni alla portata di pochi, se non addirittura di nessuno; parliamo del Gruppo Operativo Incursori del Comando Subacquei Incursori autori di memorabili operazioni in tutti i vari campi d’intervento.

Proseguendo con questa particolare cifra analitica sull’italianità, non possiamo trascurare il campo della musica; qui si scopre che le sillabe iniziali dei versi dell’inno a San Giovanni Battista composto in latino dal monaco, storico e poeta Paolo Diacono vissuto tra il 720 e il 799 furono genialmente utilizzate da Guido Monaco o Guido D’Arezzo per denotare gli intervalli dell'esacordo musicale, l’inno recitava:Ut queant laxis/Resonare fibris/Mira gestorum/Famuli tuorum/Solve polluti/Labii reatum/Sancte Iohannes” (Affinché i tuoi servi possano cantare con voci libere le meraviglie delle tue azioni, cancella il peccato, o Santo Giovanni, dalle loro labbra indegne”). Nel XVI secolo la settima nota ricette il suo nome definitivo (Si, dalle iniziali di Sancte Iohannes) e nel XVII secolo in Italia la nota ut viene sostituita con il nome attuale do, quale sillaba iniziale della parola latina Dominus, il Signore.

Se prendiamo in considerazione il rapporto simbiotico che i romani avevano con i greci, noteremo che essi erano capaci di assimilare, facendo propria, una qualsiasi espressione artistica restituendola però arricchita e valorizzata. Ecco, l’italianità è anche questa capacità, ereditata direttamente dai Romani, che si può cogliere con l’immortale Giuseppe Verdi, il quale dotato di una vigorosa prerogativa riconducibile all’italianità, ovvero la facoltà di superare in bellezza e in emotività un genere musicale; compose la musica del valzer che accompagna le parole: “libiam libiam nei lieti calici” nella Traviata superando in magnificenza anche il Bel Danubio Blu di Strauss.

Come affermava Pitagora la musica è, fra le arti, quella più capace di elevare lo spirito e il canto ne costituisce la forma di preghiera più penetrante; allora, non si può eludere la circostanza per la quale l’Italia ha una tradizione musicale ricchissima di generi, per cui ogni regione ha un proprio tipico repertorio ricco di canzoni folkloristiche, O’ Sole Mio è stata tradotta e cantata in tutte le lingue, né possiamo dimenticare la bellezza sia musicale che delle parole di alcune canzoni italiane, né possiamo dimenticare la bravura di alcuni interpreti. Mina e Celentano per fare un esempio.

Fra tutte le canzoni mi sento in dovere di citare e riportare il testo della canzone La nostra lingua italiana scritta e musicata da Riccardo Cocciante:” Lingua di marmo antico di una cattedrale/lingua di spada e pianto di dolore/lingua che chiama da una torre al mare/lingua di mare che porta nuovi volti/lingua di monti esposta a tutti i venti/che parla di neve bianca agli aranceti/lingua serena, dolce, ospitale:/la nostra lingua italiana./Lingua di lavoro e lingua per onore/nei mercati stoffe, gioielli e ori/lingua di barche e serenate a mare/lingua di sguardi e sorrisi da lontano/lingua ordinata da un uomo di Firenze/che parla del cielo agli architetti/lingua nuova, divina, universale/la nostra lingua italiana./Ed è per strada mentre lavora tra la gente/e l'onda dello stadio e l'urlo della folla/in trattoria mentre mangia e beve allegramente/e un sorriso nelle tue labbra di donna/e la tua voce mentre dice "ti amo"/e nei bar di chi si perde in un bicchiere/con chi ha sbagliato a piangere, a scherzare/e in ogni gesto cercare un pò d'amore/un pò d'amore./Lingua che parla di palazzi e fontane/lingua d'osteria tra vino e puttane/lingua di grazia nelle corti e nell'amore/lingua d'amore che è bella da sentire/lingua che canta lungo l'Arno al mare/fino alla sabbia del continente americano/lingua ideale, generosa, sensuale/la nostra lingua italiana./E un aeroplano che vola/sull'Atlantico tranquillo/sulla rotta polare o quella delle Antille/una rosa rossa color del sangue/spina di una rosa ti punge e sei sua amante/e una donna snella che vince nella moda/e guida un'auto rossa prestigio della strada/poi si sposa con la luce e come un faro/proietta al mondo il grande cinema italiano/il grande cinema italiano./Lingua dell'opera/lingua del bel canto che canta con violini/e gioca col suo accento/lingua dello spazio e termini in inglese/della scissione a freddo e formule in francese/lingua di pace/lingua di cultura/dell'avanguardia internazionale…..La lingua mia, la tua/la nostra lingua italiana.”

Leggendo queste parole o ascoltandola, questa canzone riassume mirabilmente, quanto abbiamo cercato di spiegare fin qui sull’italianità; e per meglio capire sono ben lieto di citare una frase che si trova nell’opera di un grandissimo storico francese: Fernand Paul Achille Braudel autore dell’opera Civiltà materiale, economia e capitalismo, XV-XVIII secolo, dove nel trattare il disastro politico e culturale causato dalla Controriforma, troviamo le seguenti parole: ”l’essenza del miracolo italiano fu questa: di aver creato una ricchezza che non si trasformò in potenza, ma si trasfigurò in bellezza. Se questa è decadenza, la si può accettare con sereno orgoglio. Ogni cultura che s’irradia consuma, come una candela, il corpo da cui trae luce”……. Quando finalmente cadde sull’Italia la notte, tutta l’Europa ne fu illuminata”.

Forse però, chi meglio ha saputo esprimere il concetto di superiorità spirituale di un popolo, a mio parere è stato l’abruzzese Ovidio che con poche parole, riferendosi a Roma e ai Romani, ci fa trovare nel libro II dei Fasti ai vv. 683-684 il seguente pensiero: ”gentibus est aliis tellus data limite certo:/Romanae spatium est Urbis et orbis idem”. “Agli altri popoli è stata assegnata una porzione della Terra; ai Romani lo spazio dell’Urbe che coincide con quello del mondo”. Ci concediamo il lusso di usare la proprietà transitiva del senso di queste parole per attribuirlo al nostro Paese e concludiamo questa fatica dicendo che l’Italia e gli italiani hanno la grazia e il dono divino di dover esistere per dire al mondo che si può avere tanto e dare tanto. Solo esistendo, si è in grado di coltivare l’Intelligenza nella Conoscenza.

 

 

 

Leonardo Di Caprio, Robert De NiroAl Pacino, Francis Ford Coppola, Nicolas Cage, Danny DeVitoJames Gandolfini, Mark Ruffalo, Alyssa Milano, Joe ManganielloPaul Giamatti, Steve Buscemi, Giovanni Ribisi e Christina Ricci, Jennifer Aniston , Amy Adams, Sean PennRachel Bilson, Lea MicheleSteve Carell, Kate HudsonEllen PompeoHayden Paniettere, Kaley Cuoco, Stanley Tucci, Joe Pesci, Marisa Tomei, Liza Minnelli, Jack Nicholson, Sylvester Stallone, Jane Fonda, Susan Sarandon, John Travolta

 

Da Robert De Niro a Leonardo Di Caprio, tantissimi sono le star di origine italiana diventate famose in tutto il mondo. Per alcuni basta leggere il cognome, ma tanti sono insospettabili e bisogna dare un’occhiata agli alberi genealogici per scoprire origini italiane neanche troppo alla lontana. Ecco alcuni nomi di attori di origine italiana che non sapevi lo fossero. Quando si parla di italoamericani, o meglio di veri e grandi attori di origine italiana non si può non partire da Robert De Niro. Vero nome Robert Mario De Niro Jr, il padre del due volte premio Oscar era Robert De Niro Senior, originariamente Di Niro e trascritto male per una questione di pronuncia all’arrivo in America. Originario di Ferrazzano, in provincia di Campobasso, Robert De Niro (che ha partecipato anche al film italiano Manuale d’amore) è cresciuto nel quartiere di Little Italy e per questo motivo si definisce orgoglioso di essere italoamericano, tanto da ricevere ufficialmente la cittadinanza italiana, nel 2006. Un’altra pietra miliare della recitazione di origine italiana è il grande Al Pacino. Diminutivo di Alfredo, Al James Pacino nasce a New York dall’immigrato siciliano Salvatore Pacino, di San Fratello in provincia di Messina e da Rose Gelardi, anche lei di origini italiane, di Corleone in provincia di Palermo. La stessa Corleone che darà il nome ad uno dei suoi personaggi più celebri, il Michael Corleone de Il padrino di Francis Ford Coppola. Parlando del grande regista americano il collegamento automatico è con Nicolas Cage: non tutti sanno, infatti, che il vero nome dell’attore premio Oscar è Nicolas Kim Coppola e che è appunto il nipote di Francis Ford Coppola e dell’attrice Talia Rose Coppola, nonché cugino della regista Sofia Coppola e nipote del compositore Carmine Coppola. Di origine italiane da parte di padre, i quali genitori erano di Bernalda, in provincia di Matera, il giovane Nicolas decise di cambiare il cognome all’inizio della sua carriera, in modo da poter sfondare come attore senza l’aiuto della sua importante famiglia.

Attori di origine italiane che hanno fatto grande Hollywood ce ne sono a bizzeffe e possiamo continuare con Leonardo Di Caprio, un nome che più italiano non si può. I nonni di Leonardo infatti erano Salvatore Di Caprio e Rosina Cassella, entrambi di Trentola Ducenta, un paese in provincia di Caserta. Addirittura fu scelto il nome Leonardo perchè durante la gravidanza, sua madre sentì il primo calcio mentre stava osservando un dipinto di Leonardo Da Vinci nella Galleria degli Uffizi a Firenze. Un altro degli attori di origine italiana dal nome eloquente è Giancarlo Esposito, la star di Breaking Bad. Il cognome richiama Napoli all’istante e innumerevoli sono le gaffe sulla pronuncia corretta, che l’attore cerca sempre suo malgrado di correggere: l’attore, che ha anche ottenuto la cittadinanza italiana, è figlio di Giovanni Esposito, un carpentiere originario di Napoli. Metà campano è anche Bradley Cooper, il cui nonno Angelo Campano era nientemeno che un poliziotto napoletano, mentre la nonna, Assunta De Francesco, era abruzzese, di Ripa Teatina. Da lei il nipote ha dichiarato di aver ereditato la passione per la cucina, soprattutto quella italiana. Ma per tornare agli attori di origine italiana con cognomi eloquenti, come non nominare il grande Danny DeVito, altro italoamericano i cui genitori emigrarono da San Fele in provincia di Potenza. Oppure ancora Vincent D’Onofrio, figlio di un pilota italiano, o l’ormai scomparso James Gandolfini, morto proprio a Roma qualche anno fa e famoso soprattutto per il ruolo del boss Tony Soprano nella serie tv I Soprano. L’attore infatti era di origine italiana, figlio di Joseph Gandolfini originario di Tiedoli in provincia di Parma e la madre Santa Penna, proveniente da Napoli. Continuiamo con Mark Ruffalo, l’Hulk dei film Marvel, innamoratissimo dell’Italia per le sue origini calabresi: il nonno Frank, infatti, era originario di Girifalco in provincia di Catanzaro. Non propriamente di origini milanesi ma comunque italiana è, invece, Alyssa Milano, la star del telefilm Streghe, mentre metà siciliano e metà campano è l’attore Joe ManganielloPaul Giamatti è metà italiano e metà inglese, mentre Steve Buscemi è originario di Menfi in provincia di Agrigento. Non solo un cognome può indicare le nostre origini, ma anche il nome per intero: proprio come Giancarlo Esposito, anche Giovanni Ribisi e Christina Ricci non lasciano spazio a malintesi e sono di certo due attori di origine italiane. Chi l’avrebbe detto, invece, che Jennifer Aniston avesse origini romane, oppure che Amy Adams fosse nata in Italia, a Vicenza, da padre militare statunitense ma di stanza alla Caserma veneta. Oppure ancora Sean Penn, la cui madre Eileen Annucci era di origini sarde; Rachel Bilson, la protagonista della serie O.C. è italiana per metà visto che sua madre è originaria di Castelluccio Valmaggiore in provincia di Foggia, mentre la cantante e attrice Lea Michele dichiara ancora oggi di festeggiare la domenica come in una vera famiglia italiana del sud. Attore comico tra i più famosi, Steve Carell dovrebbe infatti chiamarsi Caroselli: il nonno infatti, emigrato di Bari decise di cambiarlo in Carell per renderlo più americano; Kate Hudson ha origini siracusane, Ellen PompeoHayden Paniettere e Kaley Cuoco discendono da antenati campani, mentre il nonno di Stanley Tucci era di Marzi in provincia di Cosenza. Purosangue italiani sono invece Joe Pesci, figlio del torinese Angelo Pesci e di Maria Mesce, di Aquilonia in provincia di Avellino, così come Marisa Tomei, i cui antenati provenivano da Lucca e Livorno. Ma torniamo ai grandi attori di origini italiane: sapevate che la grande cantante e attrice Liza Minnelli, figlia dell’altrettanto grande Judy Garland, è originaria di Palermo? Oppure che il padre che Jack Nicholson non ha mai conosciuto era italiano? Sylvester Stallone, invece, aveva i nonni italiani: Silvestro (da cui ha preso il nome) e Pulcheria Nicastri, originari di Gioia del Colle in provincia di Bari, infatti, sono emigrati in America nel 1930.  Di famiglia italiana è anche Jane Fonda, il cui bisnonno paterno era emigrato da Genova e si era stabilito in una cittadina del Nord America attualmente chiamata proprio Fonda. Altra grande attrice premio Oscar di origine italiane è Susan Sarandon, il cui nonno Vincenzo Criscione era di Ragusa, mentre la nonna, Anita Rigali, di Coreglia in provincia di Lucca. Concludiamo con uno dei più famosi attori di origine italiana, John Travolta, la star di Grease e de La febbre del sabato sera, di famiglia italoamericana da parte di nonno, originario di Godrano, in provincia di Palermo. John Travolta. Un parterre niente male per una comunità, quella italoamericana, che è da sempre considerata una minoranza etnica negli stati Uniti.

 

 

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