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A VOCE GRANDE

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8 marzo: mimose, cene tra donne, spettacoli, serate danzanti….. c’è da chiedersi come ha fatto ad essere ricondotta a puro consumismo una ricorrenza così importante e significativa. È anche vero che questa giornata è stata spesso adoperata da partiti e sindacati per riscuotere consenso e questo ne ha provocato uno svuotamento progressivo del suo vero significato.

Che dire poi di varie leggende metropolitane che ne hanno ricondotto le origini a episodi che da ricerche effettuate da studiosi non risultano accaduti o comunque, se si sono verificati, hanno avuto modalità diverse rispetto a quelle attribuitegli.

La storia ci racconta invece che l’8 marzo era originariamente una giornata di lotta, specie nell’ambito delle associazioni femministe. L’origine della festa è tuttora controversa: secondo alcuni fu istituita nel 1910 nel corso della seconda Conferenza dell’Internazionale Socialista di Copenaghen e sarebbe di Rosa Luxemburg la proposta di dedicare questo giorno alle donne.

Secondo un’altra ipotesi fu Clara Zetkin, socialdemocratica tedesca, a proporre la Giornata Internazionale della donna sul giornale di cui era editrice. Secondo altri fu la rivoluzione bolscevica ad imporre l’8 marzo in quanto, in quella giornata, le operaie di Pietroburgo manifestarono contro la guerra e la penuria di cibo. Solo nel dopoguerra cominciarono a circolare fantasiose versioni secondo le quali la data avrebbe ricordato la morte di centinaia di operaie nel rogo della fabbrica di camicie Cotton avvenuto nel 1908 a New York, facendo probabilmente confusione con una tragedia realmente verificatasi, ma alcuni anni dopo, nella fabbrica Triangle, nella quale morirono oltre cento operaie, in gran parte giovani immigrate dall’Europa.

L’incendio in questione, i documenti storici confermano che avvenne nel 1911 nella Triangle Shirtwalst Company di New York, le vittime accertate furono 146 e non tutte donne. Vero è che le operaie in questione lavoravano sessanta ore a settimana senza contare gli straordinari imposti e poco pagati. Inoltre la sorveglianza era feroce ed esercitata da “caporali” che imponevano ritmi di lavoro massacranti, spesso origine di incidenti sul lavoro. Gli ingressi erano chiusi a chiave per impedire alle lavoratrici di lasciare il posto di lavoro, diritti e sicurezza erano inesistenti.

Questa tragedia indirettamente colpì anche il nostro Paese perché gran parte delle donne che persero la vita nell’incendio erano immigrate italiane.

Qualcuno potrebbe obiettare che la condizione femminile di inizio ‘900 sia per quanto attiene alla vita lavorativa (sfruttamento, salari irrisori, nessun diritto e nessuna sicurezza), che a quella personale e sociale (assenza del diritto di voto, pregiudizi, sottomissione all’autorità maschile, presunta inferiorità intellettuale rispetto all’uomo), era legata ad un momento storico oramai superato. Ma di questo possiamo essere certi? Siamo sicuri che in nessuna parte del mondo potrebbe verificarsi oggi una tragedia come quella di New York?

Per onestà intellettuale bisogna riconoscere che ancora c’è molta strada da fare per il riconoscimento dei diritti alle donne e per l’ottenimento di quel rispetto e quella sicurezza che non devono essere misuri sul “genere”, bensì sull’essere umano. L’8 marzo allora dovrebbe tornare ad essere un momento di riflessione ed una giornata di lotta: il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli e che in tante parti del mondo ancora subisce. Un momento per gridare “A Voce Grande” la nostra rabbia, ma anche il nostro orgoglio di essere DONNE!

 © Riproduzione Riservata

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