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Per molti sono professioniste serie e motivate, per nulla intimorite da un ambiente che continua ad essere tradizionalmente maschile, per altri sono solo delle “femministe esaltate”, fuori posto e fuori luogo.
Sono le donne arruolate nelle forze armate: volontarie, ufficiali e marescialli che hanno fatto una scelta impegnativa, ognuna spinta da una propria motivazione che, però, non tutti riescono a capire, a cominciare dai loro colleghi uomini. L’integrazione delle donne nelle Forze Armate si scontra ancora con molte resistenze ed anche se la maggioranza degli ufficiali e sottufficiali esprime giudizi positivi sulle loro colleghe, molti altri hanno ancora i soliti pregiudizi e aggiungono all’accusa, ormai scontata, di una loro naturale inferiorità fisica, nuove e originali colpe.
Per alcuni di loro, la donna soldato gode di maggiori privilegi rispetto all’uomo, e se fa carriera è senz’altro una “raccomandata” o un’opportunista che si è fatta strada ricorrendo alle femminili armi della seduzione. Altri invece, pur tollerando la loro presenza, vorrebbero che le donne fossero impegnate solo in compiti di supporto generale e non in ruoli operativi. Anche una parte dell’opinione pubblica fa fatica ad accettare le “soldato Jane” di turno, mentre accetta di buon grado l’impiego di personale femminile in Polizia e nei Carabinieri.
A sei anni di distanza dai primi arruolamenti delle donne nell’esercito italiano, la presenza femminile nelle Forze Armate è infatti ancora piuttosto limitata. Solo il tre per cento dei militari è donna, in controtendenza con la media nazionale degli altri paesi europei che, però, godono di un vantaggio temporale, avendo aperto le porte alla componente “rosa” con molto anticipo rispetto all’Italia. In Francia, ad esempio, il reclutamento femminile è iniziato 50 anni fa e oggi le donne costituiscono il 10 per cento del personale militare, pur con alcuni limiti nei ruoli di combattimento. Anche Germania e Regno Unito battono l’Italia per percentuale di personale militare femminile, ma le donne restano nella maggioranza dei casi inquadrate in incarichi logistici e amministrativi, per scelta o forse per volontà dei superiori.Ma sono i paesi scandinavi i più attivi nel reclutamento femminile, con in testa la Norvegia, la prima fra i membri della Nato ad aprire alle donne nel 1985 il servizio nei sottomarini e a riservare loro anche compiti di combattimento. In Italia la prima operazione all’estero che ha visto protagoniste le soldatesse è la missione di pace in Bosnia, che risale al 1991, seguita dall’intervento in Kossovo e in Afghanistan. Le ultime, in ordine di tempo, a partire per un’operazione all’estero sono state le donne della marina militare appartenenti al reparto dei lagunari, che di recente sono sbarcate a Tiro per supportare la missione italiana in Libano, sotto l’egida dell’Onu. Tutte hanno superato il duro addestramento previsto per l’operazione e qualcuna è addirittura già al secondo impegno militare all’estero. Il loro ruolo in questi contesti sembra molto utile, perché incaricate di tenere i rapporti con la componente femminile della popolazione e di comprenderne i bisogni. Il dibattito sulla presenza femminile nelle Forze Armate è comunque molto ampio e sfaccettato.
In particolare, passando da una struttura militare all’altra, il grado di accettazione delle donne in uniforme cambia, risentendo molto della particolare storia, tradizione e cultura del corpo militare in cui le donne si trovano ad operare. Restano comunque ancora irrisolte alcune questioni importanti, nonostante gli importanti risultati degli ultimi anni, ottenuti in tema di integrazione femminile in ambienti militari (i problemi logistici e di sistemazione in caserme, navi e altri ambienti e il modo migliore di impiegare e addestrare le donne). Talvolta però, le difficoltà maggiori derivano proprio dalla mancanza di rispetto nei confronti di quella che, condivisibile o meno, resta sempre una scelta personale di un altro essere umano.
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