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ROMA – I DODECAFONICI IN CONCERTO “IL CERCHIO DELLA VITA PER L’AFRICA”

DodecafoniciOncologia-AfricaSi svolge lunedì 19 dicembre, presso l’Auditorium Parco della Musica – Teatro Studio, il concerto di  Natale dei Dodecafonici. L’iniziativa è promossa da ONCOLOGIA PER L’AFRICA – Onlus.

Il gruppo vocale nasce, nel novembre del 2007, dall'incontro di alcuni amici accomunati dalla passione per il canto e dall'esperienza maturata, molti anni prima, sotto la direzione del Maestro Lamberto Pietropoli. Dopo un periodo di assestamento, i Dodecafonici hanno oggi una formazione composta da 6 coristi e si esibiscono 'senza direttore'. O meglio, scelgono di volta in volta a chi tra di loro affidare la "conduzione dello studio" e – di conseguenza – lo stile esecutivo di ogni singolo brano. Per la preparazione tecnica, tuttavia, si avvalgono del prezioso apporto di un qualificato 'vocal trainer', la maestra Valéria De Seta, che cura con loro tutti gli aspetti specifici, emotivi ed esecutivi, legati all'emissione della voce e alla realizzazione della musica corale. Per saperne di più abbiamo fatto qualche domanda a Bruno Cortelli Panini componente storico del gruppo.

I Dodecafonici

Perché Dodecafonici?

Un gruppo vocale deve, ahimè, fare i conti anche con i numeri. Noi siamo un ensemble amatoriale di sei elementi (a cappella) che esegue musica polifonica, e i brani polifonici sono, in gran parte, scritti o arrangiati per 3, 4 o 6 voci. Un coro di 30 persone ha ampio margine per dividersi, ma un ensemble così ridotto, no. La scelta, all’origine, fu dunque orientata ad un organico di 12 elementi, in modo da poterlo ridistribuire senza dolore a seconda delle partiture. Il richiamo alla musica dodecafonica è, quindi, solo casuale. Ammettiamo che ogni tanto ci giochiamo un po’ durante le presentazioni dei pezzi prima dell’esecuzione in concerto. Una sorta di scaramantico accenno che preavvisa il pubblico su inascoltabili stonature….. che poi, ovviamente, non sentirà! Dai progetti iniziali il gruppo si è poi ridimensionato agli attuali sei. Il nome è rimasto: indice forse di una qualità doppia???

Che tipo di musica interpretate, perché solo quella?

La scelta del repertorio è senz’altro uno degli elementi fondamentali per la caratterizzazione di un gruppo artistico. Non le nascondo che, pur essendo appassionato di musica a cappella, quando sento esecutori ‘di genere’, dopo qualche brano avverto che la ripetitività non esita a palesarsi. Immaginiamo l’ascoltatore generico e un po’ diffidente, quello che si avvicina per la prima volta alla musica corale e deve sorbirsi un’ora e più di brani per lui tutti uguali. Probabilmente sarà il suo ultimo concerto. E davvero non uscirà di casa apposta per andare ad ascoltare un’altra esibizione. Teniamo anche conto che in Italia il canto ‘a cappella’ non è un genere troppo seguito. Noi Dodecafonici, fin dal 2007, anno in cui il gruppo ha visto la luce, abbiamo condiviso l’idea di non specializzarci. La varietà è quindi uno dei nostri cavalli di battaglia: spaziamo nel tempo (dal Rinascimento ai giorni d’oggi), nello spazio (abbiamo brani che provengono dai vari continenti), nel genere (dalla musica popolare ai brani d’autore; dalle filastrocche e ninne-nanne per bambini a brani natalizi; da brani sinfonici a canti del repertorio alpino). Lavoriamo affinché chi viene ad ascoltarci non senta nello stesso concerto due esecuzioni simili, e resti catturato invece dalla poliedricità dell’espressione vocale. Per scelta, non abbiamo un direttore: o meglio, lavoriamo tutti assieme (anche con Valeria, la nostra Vocal Trainer) per costruire la nostra interpretazione, e poi consegnare la responsabilità del brano di volta in volta ad uno di noi, che ne curerà la futura esecuzione, a modo suo. Un po’ di teatro qua e là aiuta quel sorriso che ben dispone l’orecchio ad un ascolto rilassato. La musica, poi, fa il resto.

Quale messaggio musicale proiettate nel futuro, se lo proiettate o se invece siete soddisfatti di vivere musicalmente il presente?

Difficile parlare di messaggi in un mondo dove tutti hanno grandi temi e un po’ meno valori. A noi piace pensare che la musica non abbia confini, che sia un modo per sospendere per un momento l’animo dalla vita concreta per farsi incantare dalle emozioni. Per questo non ha tempo. Noi abbiamo tutti più o meno cinquant’anni. Abbiamo iniziato a cantare assieme a diciotto. Poi ci siamo persi di vista. La musica ci ha fatto ritrovare e condividere questo progetto bellissimo. Se anche solo una parte di questo entusiasmo e di questa passione contagiasse chi ci ascolta, un nostro possibile messaggio sarebbe individuato e realizzato. Ci piacerebbe anche che non ci fossero etichette preconfezionate sui generi musicali o meglio artistici: una volta mio padre disse (a me giovane 17enne rocchettaro) “ma che cos’è ‘sta roba rumorosa che ascolti….” Qualche giorno dopo uscì al cinema Jesus Christ Superstar, la famosa rock-opera di Lloyd-Webber: lui lo vide (lui che odiava il rock) e il pomeriggio seguente prese noi tre figli e ci portò incantato a ri-vederlo!!! Da allora ho imparato che non esistono categorie a priori: esiste musica che ci suona dentro e musica che non lo fa. Ma lo sapremo solo dopo averla sentita. Noi Dodecafonici intendiamo come nostro dovere quello di ricercare, confezionare e proporre i brani che ci suonano dentro, alla ricerca di qualcuno che li ami come li amiamo noi.

A chi indirizzate il vostro stile musicale, quale target di utenza è più vicina a voi e perché?

Ogni artista professionista o amatoriale vorrebbe avere una platea completa ed omnicomprensiva. La vita vera è naturalmente un’altra. Il pubblico che a Roma spontaneamente viene a sentirci è un pubblico di mezza età, che non ha i preconcetti di cui si parlava, e vuole ascoltare musica un po’ fuori dalle righe. Ci accorgiamo però che ci potrebbero essere mille altri spettatori che non sanno, e non cercano. Noi non siamo di moda, la radio commerciale non passa la nostra musica. Mi piace ricordare una sera a Fiano quando, al termine di una cena al ristorante in un dopo-concerto, ci fermammo fuori del locale sotto le stelle e, come spesso capita, ci ‘scapparono’ un paio di brani. Un gruppo di ragazzi, quelli che si pensa che ascoltino solo ‘roba da sballarsi in discoteca’, uscirono ciarlando e si fermarono sorpresi. Il brano era uno di quelli di montagna, malinconico e intenso. Il silenzio rapito dei giovani ci coinvolse immediatamente. Abbiamo cantato per loro: e per un attimo anche loro hanno sentito il potere magico della musica. Ci hanno chiesto altro e altro abbiamo fatto. Uno dei più bei ‘concerti’ della nostra carriera, proprio perché il pubblico non era preparato, non aveva barriere e la spontaneità dell’emozione ha vinto. Perché queste cose non possono essere normali??

Quali ritenete che siano le difficoltà per esprimere il talento musicale nel nostro paese?

Su questo punto si è già detto e scritto tanto. Vorrei evidenziare il concetto che il consumismo non aiuta la spontaneità, soprattutto quando ci sono interessi finanziari importanti! Si ascolta quello che ci viene proposto, o addirittura imposto; ciò che è trendy, a prescindere che ci piaccia o meno. Eviterei di parlare di seri professionisti ricchi di una gavetta pluriennale scavalcati da veline appariscenti ma improvvisate. Luoghi comuni, ahimè, da tutti però sponsorizzati. Il culto dell’improvvisazione e dell’incompetenza. Il talento passa per essere un requisito opzionale, per chi fa spettacolo: assurdo, non crede? In questo, devo dire, noi dilettanti abbiamo un vantaggio: non dobbiamo vivere della nostra arte. Noi Dodecafonici lo facciamo per puro piacere, ma cercando di curare ogni aspetto tecnico ed espressivo dell’esecuzione, come se fosse il nostro mestiere. Per questo collabora con noi Valeria de Seta, maestra di canto e Vocal Trainer del gruppo. Tornando allo specifico però, la musica diventa con questi presupposti un paesaggio di sottofondo, non più un evento degno di interesse di per sé. E’ socializzazione. Io penso invece che il piacere dell’arte debba essere più intimistico e individuale. Da commentare e vivere assieme, certo, ma essenzialmente legato alla sfera emotiva di ognuno di noi. Un brano di musica corale viene senz’altro sentito e vissuto in modo diverso se ascoltato con un i-pod, un auricolare per uno sotto i caschi, svicolando in motorino fra le macchine nel traffico romano piuttosto che sottovoce in una piccola chiesetta romanica semibuia…. Purtroppo invece è lì che il talento vero viene fuori: dove si abbia la volontà di assaporare il potere meraviglioso della musica, con attenzione e rapimento. E lì, di pubblico, ce n’è sempre meno.

Sergio Giangregorio

© Riproduzione Riservata

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