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Raffaello e la natura: quel rapporto che dura da 500 anni

Raffaello e la natura: quel rapporto che dura da 500 anni

Raffaello moriva 500 anni fa e, per ricordarlo, non vi è frase più esemplificativa dell’epitaffio scritto da Pietro Bembo, oggi incisa sulla tomba dell’artista, tumulato nel Pantheon a Roma.

L’umanista veneziano, amico intimo di Raffaello, scriveva: Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori, ovvero: qui giace Raffaello da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.

Trovo queste semplici righe un inno raffinatissimo all’arte e alla natura, da sempre indissolubili e legate l’una all’altra, a prescindere dall’epoca artistica di cui si stia parlando. Per Raffaello, però, il legame è più viscerale che in altri artisti: probabilmente è anche per questo che è passato alla storia come uno degli artisti più apprezzati e delicati. Il rapporto dell’artista urbinate con il creato non è mai edulcorato, è diretto, la natura è se stessa e ad essa è fedele. Ed ecco quindi che arriviamo ad una sorta di naturalismo idealizzato: nonostante la ricerca di lealtà nei confronti di ciò che ci viene presentato dalla natura, attraverso gli occhi e la mano di Raffaello riusciamo a vedere la stessa perfezione che l’artista vede mentre dipinge. Il Tondo Doni è esempio perfetto di questo mio pensiero. 

Concentriamoci sulla figura della Vergine, colta nel momento in cui riceve tra le braccia il piccolo Gesù: il braccio destro non ha nulla di aggraziato, i muscoli tanto scolpiti hanno poco di femminile, eppure, nel complesso, non ci permetteremmo mai di dire che in quest’opera, conservata agli Uffizi, c’è qualcosa di poco raffinata o rozzo. È questa la magia di Raffaello: saper raccontare i momenti più naturali e semplici (cosa c’è di più spontaneo di una famiglia che gioca su un prato?) con un’aura di misticismo e perfezione.

C’è del bello innato in Raffaello: non a caso, infatti, fondamentale per lui è Perugia, dove verrà accolto nella bottega del maestro Perugino, i cui insegnamenti faranno della pittura di Raffaello una pittura apprezzatissima. Paradigmatico è l’affresco de “La Scuola di Atene”, rappresentata nella Stanza della Segnatura a Roma e dipinta fra il 1508 e 1511. 

Qui, infatti, vediamo come le figure siano estremamente sinuose ed allungate, anche grazie al disegno delle vesti che delinea i corpi: c’è grandissima compostezza formale, ma anche perfezione e simmetria: il tutto risulta estremamente bilanciato ed armonioso. Ed ecco che torna, presente, la natura, ritroviamo, infatti, i gesti del quotidiano: alcuni filosofi discutono fra loro, altri poggiano, stanchi, su un pezzo di marmo, come la figura in primo piano, che rappresenta Eraclito, nel quale è stato visto, dai critici, il ritratto di Michelangelo. Raffaello, inoltre, non manca di rappresentare anche se stesso: la figura che sbuca dal gruppo di destra e che viene rappresentata nei panni di Apelle, pare proprio essere un autoritratto.

Altre modalità attraverso le quali si esprime la pittura di Raffaello, sono i ritratti. Forse una delle opere più celebri di Raffaello è “La Velata”, del 1515, che viene rappresentata intrisa di luce e con abiti ricchi e molto dettagliati, sicuramente affascinanti. Sono proprio le vesti ad essere il soggetto del dipinto dell’urbinate dove, ancora una volta, la fedeltà alla realtà è notevole: basti guardare il gioco raffinatissimo di color oro e panna che va a descrivere la preziosa manica. Ma non solo: c’è la trasparenza del tessuto bianco sul seno della donna, ma anche la ciocca di capelli ricciolini che scappa dall’acconciatura curata, gioco scherzoso di chi non può rinunciare al bello, ma raccontandolo anche nelle sue imperfezioni.

 

@francescabortoluzzi

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♬ suono originale - francescabortoluzzi

 

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