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La nuova prevenzione

immagine ubergizmo.com immagine ubergizmo.com

Siamo nati per essere una comunità. La nostra società è simile ad una volta di pietre: essa cadrebbe, se le pietre non si sostenessero a vicenda, tenendo in piedi così tutta la volta .

 Seneca Ep. ad Lucilium 95, 52-53 )

 

La nuova prevenzione

 

Le domande degli addetti ai lavori, per trovare risposte alle problematiche della criminalità, non possono non passare da un’interpretazione della criminalità stessa. Sempre più l’orientamento sembra essere quello di equiparare le teorie della criminalità a quelle della prevenzione.

La cosiddetta Nuova Prevenzione, è stata definita dagli anni 90’, come l’interruzione del meccanismo che produce un evento criminoso (Ekblom 1996; Pease 1997) basandosi su tre elementi: la struttura, la motivazione individuale  e le circostanze[1]. La struttura basa il suo assunto sull’interpretazione della criminalità come prodotto delle condizioni socio-economiche, di conseguenza, la prevenzione viene focalizzata sulla possibilità di lavorare sulle cause predette. Parlando di motivazione individuale, il focus si sposta sulla persona e sull’individualità cercando soluzioni operando direttamente sugli autori dei reati o potenziali criminali. La prospettiva concernente le circostanze, fa ben intendere che alcune forme di criminalità specialmente quella predatoria, sia il risultato di una serie di circostanze e opportunità: l’occasione, fa bene al ladro. Oggi quando si parla di criminalità, in ambienti non accademici, si tende ad includere tutta una serie di comportamenti che sono avvertiti come disturbanti e fastidiosi dai cittadini, che incidono sulla tranquillità sociale e sulla percezione stessa della sicurezza, a prescindere che essi siano previsti come reati dalla legge penale. La parola “microcriminalità”, tanto in voga negli ultimi anni sembra abbia perso importanza, mentre sempre più frequentemente si parla d’insicurezza, quantomeno percepita. Il crimine, non sempre è percepito come pericolo dalle persone, mentre, gli atti d’inciviltà e il disordine sono i segnali più evidenti che determinano un vero e proprio senso d’insicurezza. Come dice L. Chiesi (Le inciviltà: degrado urbano e insicurezza 2004) i segali di inciviltà che persistono in un determinato territorio, hanno effetti a livello psicologico sia individuale, sia sociale e infine ecologico. In un primo momento, l’abitante del posto osserva con preoccupazione l’aumentare di questi segnali, poi fa delle considerazioni, riflettendo sul fatto che forse quei luoghi stanno diventando meno sicuri e condivide questa preoccupazione con gli altri abitanti del quartiere. La preoccupazione individuale, diventa così preoccupazione sociale, e gli effetti si ripercuotono su tutta la comunità. La coesione sociale è a rischio e diminuisce la vitalità urbana. Lo stesso autore, definisce il fenomeno come “abbassamento del morale comunitario” associandolo ad un inevitabile progressivo ritiro dagli spazi pubblici. “I luoghi dove siamo vissuti finora diventano meno attraenti, forse più pericolosi, di sicuro frequentati da chi non li rispetta (L. Chiesi) ”. Questo stato d’animo sociale, non favorisce il senso di appartenenza al proprio territorio ma fa aumentare il ritiro sociale. Le persone, non frequentando più gli spazi pubblici del proprio territorio, perdono i legami sociali, i contatti, e s’indebolisce il senso di comunità. Quest’ultimo è indispensabile per continuare a garantire il senso di sicurezza che notoriamente viene meno quando scema il senso di comunità. I segni d’inciviltà permanenti sono prodromici del degrado e quest’ultimo oltre ad accrescere la paura di frequentare gli spazi pubblici, induce anche al senso di abbandono da parte delle Istituzioni. La teoria delle Broken Windows (finestre rotte) introduce anch’essa un fattore importante legato al venir meno del senso di comunità ed alle conseguenze che questo comporta in un determinato territorio. E’ un circolo vizioso che si innesca. La teoria delle finestre rotte (Broken Windows Theory) è la tesi di J.Q. Wilson e G. Kelling , secondo cui, metaforicamente, una finestra rotta darà l'impressione di assenza di regole, invogliando i passanti a romperne altre e innescando in questo modo una spirale di vandalismo che porterà, poi, al crimine vero e proprio. Quando in un dato contesto urbano, i meccanismi di controllo sociale si indeboliscono, quell'area diventa più facilmente vulnerabile all'invasione criminale. Anche senza che quel determinato ambiente sia invaso da delinquenti provenienti dall'esterno, quelle finestre lasciate rotte indicano che nessuno in quel contesto difende le leggi e i beni pubblici, lasciando dunque uno spazio aperto alle incursioni sia del vandalismo sia della criminalità (F. Sidoti). L’effetto finale di questa serie di trasformazioni sociali, potrebbe essere la destabilizzazione della comunità, salvo che non s’intervenga al più presto con valide politiche di prevenzione. La parola “prevenzione”, che imperversa in molti ambiti, non sempre ha trovato una unicità di significato e la realtà dei fatti, ci porta a rivedere questa importante definizione concettuale alla quale va dato il giusto posto. La prevenzione non può essere pensata come una parola dal significato unico, poiché come sappiamo, la stessa può riguardare un progetto che possa eliminare o almeno ridurre i crimini in un determinato territorio ancora prima che si avvertano segnali di pericolo, oppure può essere studiata su misura per gruppi esposti a rischio di criminalità o ancora, come elemento di prevenzione per evitare ulteriori episodi criminali laddove siano già avvenuti (Brantinghan e Faust 1976).  Altri autori, hanno ipotizzato schemi più complessi, dove i diversi livelli di prevenzione s’incrociano con i “contesti operativi”: gli individui, le abitazioni, il quartiere e la società[2]. Le politiche di prevenzione in qualche modo, si concentrano sull’analisi delle differenze tra i diversi reati, i diversi autori, i diversi motivi che portano a delinquere, appoggiandosi sulla prevenzione situazionale, prevenzione dello sviluppo e prevenzione comunitaria. In effetti, specialmente per gli addetti ai lavori (Forze dell’Ordine e polizie locali), non è difficile costatare che cercare di creare condizioni che possano fare aumentare i rischi per i potenziali autori di reati, nei contesti territoriali, al fine di ridurre le opportunità di attività predatorie, sembrerebbe essere, al momento, una delle soluzioni migliori. La teoria di riferimento è sempre quella della prevenzione situazionale (Clarke 1997) e si basa sul presupposto che la criminalità non è sempre dovuta alla personalità del delinquente, ma piuttosto a comportamenti, abitudini e stili di vita delle potenziali vittime, che creano o quantomeno agevolano le occasioni favorevoli al malvivente di turno. Le misure adottabili per la prevenzione situazionale, così come elencate da Clarke, si possono individuare in: tecniche che aumentano lo sforzo del delinquente (obiettivi meno vulnerabili), tecniche che aumentano i rischi per il malvivente (sorveglianza formale e informale, illuminazione, strade frequentate), tecniche che riducono i vantaggi (rimuovere le tentazioni, eliminare i vantaggi e gratificazioni come ad esempio cancellare subito i graffiti), tecniche che rimuovono le giustificazioni (stimolare le coscienze con avvisi pubblici, facilitare comportamenti conformi, regolamentare le attività degli spazi collettivi). A tutto questo bisognerebbe aggiungere interventi di prevenzione sociale, che mira a rimuovere o ridurre i fattori criminogeni, con attività riconducibili a politiche per i giovani e per le famiglie e per l’integrazione sociale in genere, con un occhio particolare a quelle che sono le problematiche dell’interpretazione dell’integrazione degli immigrati nelle realtà sociali. La prevenzione comunitaria, altro anello importante della catena della prevenzione, completa l’opera di profilassi sociale, mettendo in campo tutte le strategie prodromiche di aggregazioni spontanee dei cittadini che vivono in un determinato territorio. Strategie che mirano alla partecipazione dei cittadini alla prevenzione, rientrando a pieno titolo in quella che è definita polizia di comunità, intesa come la reale collaborazione di tutte le istituzioni che rientrano nel concetto di “sicurezza sociale”, al fine di interrompere l’attuale compartimentazione tra gli enti territoriali, già preposti alla prevenzione sociale, e quelli deputati alla prevenzione e repressione del crimine, oggi avvertita a tutti i livelli della società civile (wikipedia-Polizia di Prossimità). Le Istituzioni Italiane, nel corso degli anni, hanno individuato diverse strade per divulgare il concetto di prevenzione ai cittadini, con diversi tentativi molto interessanti e che hanno sicuramente portato alcuni vantaggi per la diminuzione dei reati di tipo predatorio. Tra questi annoveriamo l’istituzione della figura del Carabiniere/poliziotto/vigile di quartiere (dal 2003) che ha avvicinato le figure naturalmente preposte al controllo formale ai cittadini calandosi nelle loro realtà e condividendo le difficoltà reali sul territorio. A questo tentativo, in parte riuscito, sono poi succeduti, sulla scia della cosiddetta nuova prevenzione, i “protocolli d’intesa”, ovvero un insieme di iniziative e forme di partenariato che il Ministero dell’interno sta sviluppando con gli Enti locali, per incrementare e rafforzare le iniziative rivolte alla tutela della collettività e, in particolar modo, nei confronti delle fasce deboli (anziani, donne, altrimenti abili). Queste attività, affiancate a quelle classiche di contrasto al crimine, mirano alla comprensione dei disagi delle persone, anticipandone le richieste di sicurezza e cercando di consolidare il rapporto di fiducia con i cittadini. A questa invitante offerta dello Stato, i cittadini hanno risposto, nel tempo, con diverse tipologie di approccio. Una delle più interessanti e quella della nascita dei gruppi del cosiddetto “Controllo del Vicinato", una pratica di controllo informale, nata da radici forti come quelle del capitale sociale italiano (Robert Putnam) e che ha trovato una grande adesione in molte parti d’Italia. La nascita di questo progetto, va ricercata dall’esperienza congiunta di tre persone, le cui storie personali, non sono altro che la rappresentazione del progetto stesso e delle istanze dalle quali il programma può svilupparsi. Tutto nasce nel 2009, da un episodio capitato durante un viaggio all’estero di Gianfrancesco Caccia, cittadino italiano in vacanza negli States che s’imbatte per la prima volta in una zona sottoposta e Neighbourhood watch e ne apprezza subito l’idea. Quando torna in Italia, parla con il suo sindaco a Caronno Pertusella (VA) e inizia un percorso di predicazione nel suo quartiere per diffondere l’importanza della mutua assistenza tra gli abitanti di una stessa zona come strumento preventivo per la riduzione dei furti. Nascono da lui anche l’idea e la realizzazione di un cartello che possa avvisare i malviventi di un’attenzione particolare dei residenti a segnalare anomalie al 112.  Attirati dall’iniziativa e già operativi nei propri territori con gli stessi scopi di prevenzione dei reati predatori, si uniscono al coro Leonardo Campanale, informatico e consigliere Comunale del Comune di Rodano (MI) e Francesco Caccetta, luogotenente dei Carabinieri, in servizio in Umbria, già ideatore del progetto chiamato “prevenzione furti” che si basava sulla prevenzione situazionale e sul coinvolgimento dei cittadini nell’ambito della polizia di prossimità, nonché su altre teorie criminologiche applicabili alla Sicurezza Urbana e sulle segnalazioni qualificate. Dalla comunione d’idee e dallo scambio di esperienze comuni, nasce nel gennaio 2013 quello che oggi è noto come il progetto del “Controllo del Vicinato” ormai presente in quasi 600 comuni d’Italia. Il progetto iniziale, implementato dalle teorie criminologiche utili alla migliore realizzazione del programma e viene strutturata un’associazione che ufficialmente nascerà nel 2015 con lo scopo di aiutare i cittadini della penisola, ad avviare progetti di “Controllo del Vicinato” nei propri territori, fornendo l’assistenza e mettendo a disposizione il know how per l’abbrivo del programma. Il nuovo manifesto, viene strutturato su tre pilastri fondamentali: il recupero della coesione sociale, creando gruppi di persone che condividono il luogo di residenza e si promettono mutua assistenza, vigilando uno sulla proprietà dell’altro, senza per questo violare la privacy di nessuno; l’eliminazione delle vulnerabilità ambientali e comportamentali, in modo da rendere meno appetibile per i predatori, la zona in cui si vive, eliminando le opportunità date in precedenza con comportamenti superficiali o con disattenzioni frequenti (dimenticare attrezzi in giardino che possano essere utilizzati dai ladri per fare effrazioni sulla propria casa o su quella dei vicini, ecc.);  imparare come fare segnalazioni qualificate alle forze dell’ordine, recuperando quel rapporto di fiducia con le forze di polizia presenti sul territorio. Il Controllo del vicinato, non è altro che il circolo virtuoso della prevenzione, tra cittadini, amministrazioni e forze dell’ordine (Istituzioni in genere), che contribuisce, in tempi brevi e in maniera egregia alla prevenzione del crimine nei propri territori. Il Controllo del Vicinato, come abbiamo detto, è un programma di coesione e aiuto reciproco ma la forza del progetto, che lo differenzia dalle altre unioni spontanee di cittadini, è proprio quella di continuare a vivere la propria vita senza stravolgimenti e senza correre alcun rischio. Non si tratta, infatti, di “ronde” o passeggiate di gruppo e per questo, tra l’altro, il CDV non rientra negli obblighi imposti dal Decreto Maroni che prevede la comunicazione al Prefetto territorialmente competente, delle liste degli appartenenti ad un’associazione di volontariato civico (osservatori civici ecc.). Chiunque aderisce al programma del CDV, dopo avere fatto un incontro con un formatore appositamente inviato dall’associazione, per imparare la filosofia del progetto e soprattutto cosa non fare in casi particolari, viene inserito in un gruppo già esistente in quella porzione di territorio dove lo stesso risiede e gli verrà indicato chi è il suo coordinatore al quale potrà rivolgersi per qualsiasi necessità. I gruppi, che sorvegliano in maniera individuale la propria zona, pur condividendo le informazioni tra i membri, di fatto non interagiscono tra di loro se non sulle chat di whatsapp appositamente create. Lo scopo della vigilanza individuale nel quartiere o nelle vie di propria pertinenza, è quello di individuare anomalie (persone sconosciute che si aggirano con fare sospetto, veicoli mai notati in zona con a bordo persone sconosciute e che hanno atteggiamenti che possano destare sospetti) e segnalarle in maniera compiuta e qualificata, alle Forze dell’Ordine. La segnalazione effettuata individualmente da chi osserva l’anomalia, sarà poi eventualmente condivisa con gli altri appartenenti al gruppo, avendo cura di non menzionare numeri di targa sulle chat al fine di non violare la privacy di nessuno. Solo le forze dell’ordine saranno deputate a valutare la bontà e l’utilità della segnalazione e nessun altro potrà farlo, neanche il coordinatore del gruppo. Quest’ultimo sarà soltanto un anello di congiunzione tra il gruppo che rappresenta, le forze dell’ordine locali e l’amministrazione con la polizia municipale o locale. Il suo compito, sarà quello di rappresentare alle forze dell’ordine tutte le situazioni potenzialmente preoccupanti per la sicurezza pubblica della sua parte di territorio (zone senza illuminazione, presenza di presunti spacciatori ecc.) e raccoglierà gli alerts delle forze di polizia per trasferirli ai componenti del gruppo. Il coordinatore, interagisce con gli altri coordinatori che faranno capo ad un referente di zona, il quale a sua volta, sarà l’anello di congiunzione con l’Associazione Controllo del Vicinato (ACdV) e unico autorizzato a parlare con Autorità di livello superiore (es. Prefetto), se autorizzato dalla Presidenza della ACdV. Ogni cittadino che fa parte di un gruppo CDV, è formato per osservare, ascoltare e chiamare il 112, in qualsiasi momento della giornata dovesse notare un’anomalia. Significa alzare il livello di guardia e osservare meglio il proprio territorio, quando si va a gettare l’immondizia, quando si esce per portare a passeggio il cane o quando si va o si torna dal lavoro e in tutte le attività svolte all’esterno della propria abitazione. Inoltre, sempre individualmente, ogni membro del gruppo, provvederà ad eliminare le proprie vulnerabilità, a suo vantaggio personale ma anche del vicino secondo i canoni  della prevenzione situazionale, impedendo così ai predatori di trovare una situazione di agio mentre provano a delinquere in quel territorio. Il progetto fornisce ai partecipanti, gli strumenti logici per individuare le vulnerabilità delle proprie abitazioni e delle loro pertinenze, suggerendo accorgimenti e rimedi, costringendo il ladro a passare da una situazione di agio, ad una di disagio e rinuncia. Il programma è ancora più ambizioso e i risultati raccolti finora nel territorio italiano, mostrano una figura di cittadino responsabile, attento alle esigenze del prossimo e con approccio multiculturale. Non esiste xenofobia nel Controllo del Vicinato, ogni cittadino ha pari dignità e ognuno può contribuire nel mantenere sicura la propria zona. Sono molte le abitazioni, dove vivono stranieri comunitari ed extracomunitari nelle aree dove è in atto il programma del controllo del vicinato e in questi luoghi, alcuni stranieri concorrono al mantenimento di quel controllo informale tanto caro a Jane Jacobs, con la loro partecipazione al progetto locale. La nuova filosofia di vita che il controllo del vicinato cerca di infondere, tende ad eliminare, o almeno a ridurre, la paura e l’insicurezza, elementi dannosi per la sicurezza sociale. E’ importante contrastare il ritiro dagli spazi pubblici e la diminuzione dell’integrazione sociale, perché, come dicono diversi autori, la paura del crimine e l’insicurezza che ne deriva, possono diventare un problema sociale anche più grave del crimine stesso.

 

Francesco Caccetta ©

10.03.2017



[1] Selmini R., “La Sicurezza Urbana” Il Mulino, 2004 Bologna,

 

[2] ibidem 

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