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Furti in abitazione, fenomeno incontrastato?

Furti in abitazione, fenomeno incontrastato?

Riprendiamoci i nostri territori, con il controllo del vicinato.

Di Francesco Caccetta[1]

L’occasione fa bene al ladro!

Ripeto questa frase ogni volta che incontro gruppi di cittadini desiderosi di conoscere le migliori modalità con le quali difendersi dai reati contro il patrimonio.

In effetti, la richiesta di trovare qualche soluzione al dilagare dei furti nel territorio nazionale è sempre più in crescita e gli abitanti di città e paesi sono sempre più spaventati e preoccupati.

La credenza popolare, insiste sul fatto che i furti sono un fenomeno della società moderna, che una volta queste cose non accadevano e in ogni caso capitavano meno frequentemente, mentre io sono dell’idea che questa presunzione vada sfatata poiché le cose non stanno proprio così.

Non ci dimentichiamo, che Gesù, fu crocefisso, insieme a due ladroni, quindi il problema era sicuramente conosciuto e reale anche duemila anni fa e non credo sia stato mai di facile soluzione!

A proposito dell’ipotesi che fino a qualche anno fa, c’erano presumibilmente meno furti, credo che sia soltanto un’errata valutazione, dovuta al fatto che la nascita e l’esplosione dei media a tutti i livelli, hanno aumentato la divulgazione delle notizie di cronaca e di conseguenza la percezione della sicurezza ha subito una crescita in negativo.

Giova comunque ricordare, che dagli studi effettuati, dagli anni novanta a oggi, il sentimento d’insicurezza degli italiani, mostra una tendenza costante e per niente in crescita. Poco più di un terzo degli italiani si sente insicuro quando è per strada ed è già buio e inoltre, nell’ultimo ventennio, c’è stata una diminuzione di reati di rapina e furto in abitazione e, di conseguenza, i valori italiani sono inferiori a quelli della media europea calcolata sui 27 stati membri.[2]

L’Italia, negli ultimi sessant’anni di storia ha subito molti cambiamenti, che hanno visto aumentare le opportunità criminali grazie anche all’allentamento dei controlli sociali e all’aumento invece della conflittualità sociale, che hanno inevitabilmente contribuito alla diffusione della criminalità e soprattutto dei furti[3].

Il problema, se vogliamo analizzarlo dal punto di vista sociologico, non è quindi da ricercare nell’aumento dei furti, ma nella diminuzione del capitale sociale, così come lo interpreta Robert Putnam.

Il sociologo americano contemporaneo, nel 1993, in uno studio sull’Italia e sulle sue tradizioni civiche, lo descrive come “un complesso impalpabile, eppure molto reale, di rapporti tra le persone, di valori condivisi, di norme non scritte che contraddistinguono gli appartenenti a uno specifico gruppo (culturale, sociale, etnico, religioso, ecc.) e ne influenzano i comportamenti[4]”.

Da questo concetto, estrapola poi la famosa frase: “…farò questo per te subito, senza aspettarmi immediatamente nulla in cambio e forse senza neanche conoscerti, confidando che lungo la strada, tu o qualcun altro, mi restituirete il favore.”

Il capitale sociale come dice Robert Putnam, è un insieme di risorse che esistono nelle relazioni familiari e nell’organizzazione sociale comunitaria, un fatto antropico aggiungerei io. Rende possibile il conseguimento di certi scopi che non si potrebbero realizzare altrimenti e risiede nella struttura delle relazioni interpersonali.

In poche parole, meno le persone dipendono le une dalle altre, maggiore è il pericolo di deprezzamento ed esaurimento del capitale sociale, al contrario, maggiore è la solidarietà e l’aiuto reciproco, maggiore è la quantità di capitale sociale presente in una comunità.

Questo per dire che la società è cambiata, l’Illuminismo ci ha portato pian piano a una società di tipo egoistico, la cosiddetta configurazione individualista di Louis Dumont, dove ognuno pensa per se e tutti credono che i problemi della società vadano risolti dalle Istituzioni preposte, oppure l’altra immagine che ci propone Georg Simmel quando parla dell’uomo blasè, cioè chi vive nella metropoli ed è disincantato e annoiato. L’uomo Blasè ha un atteggiamento che ci dice che ha già visto tutto e, per Simmel, il blasè è indifferente nei confronti di tutte le cose, anche se questa in realtà non è altro che una forma di difesa a fronte della frenesia che caratterizza la vita delle grandi città. L’attitudine a rifiutare coinvolgimenti emotivi che appare una rinuncia all’empatia, è necessaria per proteggere il cervello dell’uomo metropolitano che tende a vedere tutto con un unico colore, il grigio, opaco.

Entrambi atteggiamenti assolutamente sbagliati che favoriscono il dilagare della delinquenza comune che trova terreno fertile nell’indifferenza e nel degrado.

A supporto di questa mia deduzione, ci vengono alcune concezioni criminologiche e in particolare, quella che mi sembra più appropriata, è la teoria della “prevenzione situazionale” di Ronald Clarke che risale a inizio anni 80 del secolo scorso (SituationalCrime Prevention che d’ora in poi chiameremo PSC).

Questa teoria, al contrario di altre, cerca di fermare il crimine, piuttosto che scoprire e punire chi lo commette, e non lo fa cercando di migliorare la società o le istituzioni, ma semplicemente rendendo il crimine meno attrattivo per chi vuole commetterlo.[5]

Questo modo di pensare, focalizza l’attenzione sulla presenza di tre fattori concomitanti, affinché possa essere commesso un reato: la presenza di un individuo che voglia commetterlo, la presenza di una vittima o di un obiettivo designato e soprattutto la mancanza di un guardiano capace!

Naturalmente il guardiano capace non è un energumeno armato fino ai denti, ma in questo caso sta a indicare l’eventuale mancanza di vigilanza in genere.

È un’intuizione all’avanguardia, nonostante la sua ormai oltre trentennale esistenza, perché, visti i risultati in ambito di contenimento dei reati negli ultimi anni, offre degli spunti assolutamente condivisibili nella nostra attualità criminale.

La nostra società, ha speso molto tempo e denaro, confondendo il problema del controllo del crimine con quello del controllo del criminale (Wilkins 1990), offrendo quale possibile rimedio, il controllo sociale formale e informale.

Laddove per controllo sociale formale, intendiamo quello giudiziario, che punisce i criminali, poi cerca di riabilitarli o confinarli, con l’intento di scoraggiare i cittadini a commettere reati, mentre quello informale consiste nelle istituzioni ed è all’origine del problema, con la parte normativa e varie agenzie di socializzazione.

Il problema è che entrambe i controlli sociali, sia quello formale sia quello informale, puntano il focus soltanto sul criminale o il potenziale criminale senza nessun apporto al controllo del crimine.

Esiste, in effetti, un terzo tipo di controllo che sono appunto le cosiddette precauzioni di routine della gente comune. Quelle che ogni giorno tutti adottiamo: chiudere a chiave la macchina, non lasciare oggetti sui sedili, chiudere bene la casa quando usciamo, nascondere i nostri soldi e gioielli ecc.

La PSC rientra in questo tipo di misure di controllo del crimine, ma non è solo questo logicamente.

Questa teoria della prevenzione situazionale, ha subito qualche critica, da parte di criminologi e politici, perché ritenuta non influente sulle statistiche generali della criminalità o perché si limita a spostare i criminali verso altri obiettivi, senza per questo ridurre la criminalità.

Questo assunto non è stato poi dimostrato e non esiste un’evidenza empirica, mentre è stato dimostrato che ridurre le opportunità criminali può risultare efficace nella riduzione della criminalità.

Se si riesce a far comprendere alle persone che il controllo della criminalità non è appannaggio esclusivo delle forze dell’ordine o del governo, ma è un qualcosa che va condiviso con tutta la società, avremo sicuramente un miglioramento in questo senso.

Se vogliamo fare qualche esempio concreto, possiamo elencare alcune opportunità che potremmo definire dovere pubblico. Partirei dalle semplici operazioni di routine che in ogni caso limitano la presenza del crimine. Abbiamo detto che i tre elementi concomitanti che facilitano la commissione di un reato sono: la presenza di un ladro, di un obiettivo appetibile e l’assenza di vigilanza.

Bene, anche un bambino, capirebbe che è sufficiente eliminare o inibire uno di questi elementi per evitare la commissione del reato.

Bisognerebbe quindi iniziare a fare più attenzione a non creare appetibilità, ad esempio chiudendo a chiave le macchine, non lasciando oggetti in vista sui sedili, o ancora: non lasciare la chiave nei cruscotti delle auto, non lasciare la chiave sulla porta di casa (i ladri fanno il calco), ne lasciarla all’interno della serratura quando si va a dormire; munirsi di difese passive (inferriate, allarmi, videosorveglianza), aumentare l’illuminazione (rilevatori di presenza e fari). Si può anche ricorrere a deterrenti naturali (giardinaggio consapevole: piante ungolate vicino alle palizzate es rose o alloro; pietrisco sui camminamenti in modo da fare rumore; luci negli angoli bui del giardino che proiettino ombre sui muri di casa, ecc.).

Il passaggio successivo consiste invece nella partecipazione attiva alla vigilanza della propria via, del proprio condominio, in altre parole l’ormai noto “Controllo del Vicinato”.

Precisiamo subito che non si tratta di fare ronde o cose simili, ognuno nel suo piccolo può dare un contributo per arrivare ad aumentare lo sforzo e i rischi per compiere il reato.

Le finalità del programma consistono nel promuovere la sicurezza urbana attraverso la solidarietà fra i cittadini mediante la partecipazione attiva degli abitanti e la cooperazione degli stessi con le Forze dell’Ordine con il fine di ridurre il verificarsi dei reati contro la proprietà e le persone.

Gli attori principali del progetto sono l’Amministrazione comunale, i membri del gruppo Controllo del Vicinato e le Forze di Polizia locali, che interagendo fra loro contribuiscono alla realizzazione degli obiettivi del progetto che prevede pochi ma importanti accorgimenti e semplici azioni:

  • È sufficiente che ognuno alzi il livello di attenzione attraverso piccoli passaggi:
  • Quello del far sapere che gli abitanti della zona sono attenti e partecipi alla vita del quartiere (cartelli CDV a cura del comune e cartelli ai cimiteri per ricordare di non lasciare borse e oggetti di valore nelle auto in sosta);
  • Semplici azioni preventive: prendere una targa, chiedere agli sconosciuti cosa stanno facendo con atteggiamento propositivo e di aiuto (posso esserle utile? Cerca qualcuno? Qui ci conosciamo tutti!);
  • Uscire al suono di un allarme, un rumore sospetto, l’abbaiare insistente dei cani, (se ci fosse la consapevolezza che tutti i vicini lo farebbero, si formerebbe una grande catena di controllo preventivo);
  • Parlare più spesso con i vicini, come si faceva una volta;
  • Controllare la casa del vicino quando è assente;
  • Sono atteggiamenti che potrebbero evitare che il malvivente possa commettere un’effrazione indisturbato, contando sull’indifferenza degli abitanti del luogo;
  • Gran parte dei reati contro la proprietà è causata da negligenza e noncuranza;
  • Consapevolezza di appartenere a una comunità, dissolvendo il senso di solitudine che crea le opportunità per i ladri;
  • Il principio di aggregazione urbana nasce anche dalla necessità di un gruppo di proteggersi.
  • Si deve stimolare il sano senso civico, che gioverebbe a tutta la comunità aumentando la fiducia nell’intervento delle forze dell’ordine

Siamo sempre più immersi nelle politiche dell’emergenza e non ci rendiamo conto che è molto meno dispendioso e più remunerativo dedicarci alla prevenzione, ma è necessario farlo tutti insieme, cittadini e Istituzioni.

Da parte delle Forze dell’Ordine, è necessario insistere sull’attività preventiva, sfruttando le segnalazioni dei cittadini, trasformandole, laddove ci sono i presupposti, in proposte di rimpatrio con foglio di via obbligatorio, eliminando continuamente l’appetibilità del territorio da parte di pregiudicati.

La tecnologia ci viene incontro. Adesso è possibile creare dei gruppi di persone con le applicazioni d’instant messaging (wattsapp o simili) con le quali segnalare persone o veicoli sospetti notati nelle proprie vie, in modo che il referente di zona possa valutare la notizia e inviarla alle forze dell’ordine. Le stesse forze dell’ordine potrebbero sfruttare la potenza indiscussa dei social network per fornire informazioni ai cittadini del loro comprensorio.

L’aumento dell’uso dei social network, negli ultimi sei anni, ha cambiato il modo di vivere delle persone. Tutti utilizzano gli smartphone per comunicare dove si trovano in quel momento, postare foto o comunicare cosa stanno facendo. Questa potenzialità, che dovrebbe essere sfruttata dalle forze dell’ordine, coinvolgendo i cittadini tramite i social media, porterebbe probabilmente grande beneficio per la comunità, ma soprattutto un miglioramento della collaborazione e delle possibilità investigative.   

Pianificando in maniera ottimale l’implementazione dell’uso dei social network da parte delle forze di polizia, si potrebbe ottenere un miglioramento della sicurezza della comunità, poiché cittadini e polizia potrebbero unire gli sforzi per prevenire e reprimere i reati.

In America, alcune forze dell'ordine hanno intensificato il loro coinvolgimento nei social network, utilizzando piattaforme, come Facebook e Twitter, anche per fornire informazioni e suggerimenti ai loro cittadini. Uno dei vantaggi subito emersi è che i dipartimenti di polizia possono inviare i dati direttamente al pubblico. Le forze dell'ordine possono utilizzare questi siti per informare le persone delle prossime attività e anche delle indagini in corso in cui hanno bisogno di partecipazione pubblica.

Nell'estate 2010 il Dipartimento di Polizia di Philadelphia (Pennsylvania), ha lanciato la sua pagina ufficiale di Facebook e, a oggi, oltre 38.000 persone la seguono. Il reparto di polizia, collega tutti gli articoli della sezione news del suo sito Web: “Phillypolice.com”, alla sua pagina di Facebook al fine di garantire che le notizie raggiungano immediatamente il pubblico, senza ricorrere ai classici mezzi d’informazione[6].

Questo sistema che prevede la possibilità di sviluppare un metodo per comunicare velocemente con i cittadini e chiedere il loro aiuto in caso di bisogno, in America esiste già dal 1820. Basti pensare che ai poliziotti americani che iniziavano la carriera nei dipartimenti, veniva dato un manuale, pubblicato nel 1840, dove era spiegato che, in caso di emergenza, dovevano avvisare i cittadini a voce alta. Per assicurarsi che il poliziotto avesse la capacità di urlare e farsi sentire, lo stesso manuale, consigliava di farsi crescere la barba per coprire adeguatamente la gola al fine di mantenere integra la voce per assolvere il compito predetto[7].

Verso la fine del 19° secolo, con il progredire delle tecnologie, il telefono entrava in uso negli Stati Uniti e i funzionari di polizia utilizzavano il nuovo mezzo per comunicare con le centrali e, a loro volta, i cittadini utilizzavano le cabine telefoniche per fare segnalazioni alle centrali di polizia. Subito dopo, verso il 1960, arrivavano nelle auto della polizia, le radio e nelle case dei cittadini i telefoni e questo diventava il principale mezzo di comunicazione tra la popolazione e le forze dell’ordine con i numeri d’emergenza a disposizione della città.

Per questo dovremmo renderci conto che, la naturale evoluzione dei sistemi di comunicazione tra forze di polizia e cittadini, è quella dei social network. Tutto questo, già a partire dal 2006, quando Facebook è diventato ad appannaggio di tutti i cittadini, cambiando radicalmente (anche in Italia) ha  il modo di comunicare delle persone.

Molti reparti delle forze dell'ordine, negli Stati Uniti, utilizzano Internet per diramare informazioni al pubblico. Usano i siti web del Dipartimento, reporting online e Facebook, per informare i cittadini delle loro attività e dei programmi. Addirittura gli elicotteri della polizia, che sorvolano i cieli della città, informano, attraverso i social network, del loro passaggio, salutando i cittadini, rinnovando l’invito a segnalare qualsiasi movimento sospetto.

Durante un'intervista, il direttore dei servizi d’informazione della città di El Cajon, California,  dichiarava che un vuoto di comunicazione potrebbe scoraggiare le persone a condividere informazioni preziose con la polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero capire che la gente, ormai si aspetta una comunicazione immediata e non vuole aspettare più di venti secondi per trasmettere o ricevere un messaggio[8].

Tradizionalmente le forze dell'ordine, diffondono informazioni al pubblico solo attraverso la stampa. Utilizzando i social media, si potrebbe eliminare questo intermediario e comunicare direttamente con i cittadini, eliminando anche le manipolazioni a scopo commerciale di alcuni giornalisti, che a volte stravolgono completamente l’intenzione del comunicato stampa.

Personale adeguatamente formato, delle forze di polizia, potrebbe inoltre condurre briefing quotidiani sul web per informare la comunità delle novità che riguardano la sicurezza dei loro territori. Gli stessi operatori di polizia, dai loro reparti, potrebbero condividere sulla loro pagina del social network (dedicata e limitata agli addetti ai lavori) le informazioni circa gli interventi più rilevanti tra diverse centrali operative limitrofe e/o contigue, raccogliendo informazioni necessarie per tutte le indagini in corso, ampliando le possibilità di osmosi tra i reparti in tempi brevissimi e altrettanto veloce risoluzione di alcuni reati o addirittura un’efficace prevenzione laddove ancora non si sono verificati.

L'uso da parte delle forze dell'ordine dei social media, potrebbe essere, a mio avviso, molto più efficace di qualsiasi altro sistema finora adottato. Il Dipartimento di Polizia di Philadelphia, che è leader nell'utilizzo di Twitter, Facebook e Youtube, utilizza questi siti per raccogliere informazioni da parte del pubblico e ne trae un grande vantaggio per risolvere casi di criminalità. Dal lancio del loro profilo su Youtube, avvenuto nel 2010, ci sono state più di un milione di visite, con un 25 per cento di aumento di reati scoperti, un caso senza precedenti[9].

In Italia, siamo ancora lontani da questa mentalità moderna, ma resto del parere che la collaborazione, tra cittadini e forze dell’ordine, in qualsiasi modo realizzata, resta l’unica risorsa che abbiamo per contrastare il crimine nelle nostre strade e il controllo del vicinato è, al momento, la migliore risposta a questa esigenza. 

 © RIPRODUZIONE RISERVATA


[1] Criminologo; Luogotenente dei Carabinieri; Laureato con lode in Laurea Magistrale in Ricerca Sociale per la sicurezza interna ed esterna, Laureato con lode in Scienze per l’investigazione e la Sicurezza; Master in Antropologia Filosofica, Criminologia e Tecniche Investigative Avanzate; grafologo della consulenza peritale.

[2] A. Ceretti e R. Cornelli, Oltre la paura, Feltrinelli, Milano 2013, pag.31

[3] ibidem, pag.32

[4] Mario Deaglio, Capitale sociale: il fattore misterioso, http://www.quadrantefuturo.it/appunti/terra/capitale-sociale-il-fattore-misterioso.aspx

[5] Situational Crime Prevention Successful Case Studies Second Edition Ronald V. Clarke editor, School of Criminal Justice Rutgers University, Copyright © 1997, Harrow and Heston, Publishers

[6] Frank Domizio, “Social Media in Law Enforcement,” Social Media Today, January 28, 2012, http://socialmediatoday.com/frankdomizio/436233/social-media-law-enforecment (letta 20 agosto 2013).

[7] David Cross, “On the Beat in Birmingham,” BBC.co.uk, February 17, 2011, under “British History,” http://www.bbc.co.uk/history/british/victorians/beat_01.shtml (accessed August 20, 2013).

[8] Sara Diaz, interview by author, July 17, 2012.

[9] Domizio, “Social Media in Law Enforcement.”

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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