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Risocializzazione tra Costituzione e realtà

Libertà dalla prigione Libertà dalla prigione

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”

Così recita l’articolo 27 della Costituzione della Repubblica Italiana, ma cosa intende dire veramente? 

Le pene devono tendere a rieducare il condannato, in modo da consentire un suo reingresso nella società sia a livello morale che produttivo. Durante il periodo di reclusione, infatti, sono previsti corsi formativi e attività lavorative atte a qualificare professionalmente i detenuti. La pena quindi, qualunque essa sia, dovrebbe servire non a tenere segregato il reo bensì ad aiutarlo a reinserirsi nella società civile, spiegandogli, comunque, dove e perché ha sbagliato, facendogli comprendere che “il crimine non paga”.

Possiamo dire che il predetto art. 27, è il principio base della Criminologia Clinica, ramo applicativo della moderna Criminologia, che si propone, soprattutto attraverso l'analisi e l'intervento su singoli specifici casi, di formulare una diagnosi, una prognosi e una possibile terapia di trattamento riguardo agli autori di reati(fonte Wikipedia).

Da quest’approccio simil-medico e dalla sua definizione possiamo distinguere tre fasi:

•Diagnosi: nella quale si punta a ricostruire i fattori e le condizioni che hanno portato alla creazione e all'esecuzione del reato (definiti dal criminologo belga Etienne de Greeff "criminogenesi" e "criminodinamica”).

•Prognosi: dove si cerca di valutare la maggiore o minore pericolosità sociale del soggetto sotto analisi.

•Terapia: durante la quale si fanno interventi di rieducazione e di assistenza psico-sociologica, con l'obbiettivo di risocializzare il reo e di consentirgli una piena reintegrazione sociale.

Ovviamente, il parallelismo con la medicina si ferma solo sulla nomenclatura delle tre fasi, che sono state pienamente analizzate ed esposte nel Manuale di Criminologia Clinica del criminologo Marco Strano. 

La parte che vorrei affrontare in quest’articolo è quella concernente la “terapia” dal punto di vista pratico. 

Come già detto, la Costituzione “impone” di provvedere alla risocializzazione del reo ma oggi, in Italia, sono poche le strutture dedite a fornire aiuto concreto a chi desidera un vero processo di reintegrazione. Questa défaillance è dovuta in parte a causa delle scarse risorse economiche, della mancanza di personale qualificato e anche per la scarsità d’informazione e attenzione da parte della società verso questa importantissima questione.

Personalmente collaboro, come Consulente Criminologico, con un centro di recupero a Reggio Calabria (dove purtroppo, come ogni parte del mondo, il crimine non manca). 

Tale Istituto, ha un modo particolare di approcciare la questione “reintegrazione” dei detenuti che gli vengono assegnati, quasi tutti al termine della loro pena e autori di reati diversi, tra i quali estorsione, associazione mafiosa, omicidio colposo, spaccio di droga ecc..

La cooperativa si sviluppa su un terreno agricolo, vicino al mare, dove è stata costruita una serra nella quale i rei eseguono un lavoro volontario, imparando il mestiere di agricoltore/contadino, utilizzando gli strumenti e studiando le varie colture, utilizzando i diversi macchinari tecnologici in dotazione al centro. Le loro giornate sono piene, per la grande mole di lavoro ma allo stesso tempo il morale è alto perché possono avere contatti con la clientela della serra e anche grazie al trattamento “umano”, che il gestore del centro riserva loro, partecipando di persona alla colazione e pranzo con essi e con i dipendenti regolari della serra.

Ho personalmente potuto seguire, seppur per breve tempo, alcuni dei detenuti presenti nel centro e, per questo, posso affermare che questa “terapia” presenta degli esiti molto positivi. Questo non vale logicamente per tutti, perché alcuni membri sono spesso dediti al “bighellonaggio”, probabilmente perché non convinti dell’utilità dell’attività o perché non desiderosi di ricominciare una vita onesta.

Negli elementi da me seguiti era comunque palese la voglia di riscattarsi, saldare il debito con la società, ricominciare una vita e, in alcuni, si evidenziava anche la disponibiltà ad aiutare altre persone che, com’era stato per loro, erano adesso in difficoltà.

Si potrebbe quindi dedurre che, con un’attività lavorativa correlata a un supporto psicologico, la mente del reo potrebbe riuscire a intravedere un bagliore di speranza, traendone spunto per andare avanti e non lasciarsi sopraffare dal “lato oscuro” della condanna, ricominciare quindi la propria vita in modo dignitoso e onorevole. 

La funzione rieducativa avrebbe così un senso e un ruolo empiricamente dimostrabile.

Questa “terapia”, tra le varie possibili, non è stata ancora oggetto di approfondimenti adeguati, perciò ritengo che uno studio della stessa potrebbe, se portato a conoscenza di tutti, stimolare sia l’opinione pubblica sia le istituzioni e dare finalmente il giusto valore al famoso art. 27 della nostra Costituzione.

Ricominciare si può sempre, basta volerlo! 

Dott. Dariush Rahiminia

 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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