Politica

LIBERTA’ CONFESSIONALE E LAICITA’ INCLUSIVA

Dopo gli attacchi della CGIL, le bordate de Il Fatto Quotidiano e, da ultimo, l’intervento del Sindacato Nazionale Ministero Affari Esteri che rappresenta i diplomatici, il bersaglio resta sempre lo stesso: il consigliere ecclesiastico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, don Marco Malizia, e conseguentemente, il ministro Antonio Tajani, che lo ha chiamato a svolgere quel servizio.

Il problema non è, però, legato ad una persona soltanto, è in gioco un principio costituzionale fondamentale: la libertà religiosa.

La giurisprudenza costituzionale italiana è chiara: la laicità dello Stato non coincide con l’espulsione del fenomeno religioso dallo spazio pubblico, bensì con pluralismo, imparzialità ed equidistanza.

Questo non significa neutralizzare ogni espressione di fede, ma garantire a tutti la possibilità di manifestarla, senza imposizioni né discriminazioni.

In assenza di obbligatorietà o di pressioni, non vi è alcuna lesione del principio di laicità e non risulta che le iniziative spirituali promosse da don Malizia siano mai state imposte a chicchessia. Partecipazione volontaria dunque, nessuna discriminazione, nessuna indebita influenza gerarchica, dove sarebbe allora la violazione normativa?

L’articolo 19 della Costituzione tutela il diritto di professare liberamente la propria fede, “in qualsiasi forma, individuale o associata”, non prevede un’eccezione per i dipendenti pubblici, non stabilisce che l’ufficio spogli l’individuo della sua dimensione spirituale, il lavoratore non cessa di essere persona quando timbra il cartellino.

Se così fosse, la laicità diventerebbe una nuova forma di intolleranza.

Le critiche mosse, uso delle sale, orario di servizio, presunti costi, appaiono, sul piano tecnico, fragili e pretestuose, in ogni amministrazione pubblica esistono margini di flessibilità per brevi assenze, incontri culturali, commemorazioni, iniziative non strettamente operative.

Perché mai un momento di preghiera volontario dovrebbe essere trattato diversamente da una presentazione editoriale o da un convegno?

Quanto ai costi, non sono stati forniti dati concreti, senza numeri, l’accusa resta astratta e strumentale, e va ricordato che don Malizia svolge il proprio ministero a titolo gratuito, senza gravare sulle casse pubbliche.

Anche il rilievo sul pellegrinaggio appare forzato, è un’iniziativa privata con una organizzazione privata, trasformarla in un caso amministrativo significa forzare la realtà per costruire uno scandalo ad hoc.

Colpisce, in questa vicenda, il tono ideologico, quando la fede cattolica si manifesta nello spazio pubblico, scatta un riflesso condizionato: sospetto, ironia, delegittimazione, la religione viene tollerata purché resti confinata nel privato, invisibile, silenziosa.

Ma questa non è la laicità della Costituzione italiana è una sua caricatura.

Lo Stato italiano ha una storia, una cultura, un tessuto sociale profondamente intrecciato con il cattolicesimo, ciò non implica discriminazione verso altri culti, ma rende ancora più paradossale l’idea che la presenza di un sacerdote in un ministero costituisca di per sé una minaccia.

La libertà confessionale deve essere garantita proprio quando è scomoda, proprio quando suscita fastidio, proprio quando qualcuno vorrebbe ridurla al silenzio.

A difesa di don Malizia sono intervenute nel dibattito interno al Maeci altre due organizzazioni Sindacali Confedir e Ceuq, ricordando aspetti ordinamentali che rendono ancora più debole l’impianto accusatorio.

La polemica rischia di trasformarsi in un boomerang, perché il moralismo selettivo è una lama a doppio taglio, e mentre si sollevano polveroni ideologici, i novelli Torquemada non sembrano indignarsi per inefficienze ben più sostanziali, troppo concentrati su un rosario recitato in pausa.

Qui non si tratta di privilegiare una confessione, si tratta di non discriminare chi crede, di non trasformare la fede in colpa, di non usare argomenti amministrativi come schermo per un pregiudizio ideologico.

Colpire don Malizia perché sacerdote significa inviare un messaggio preciso: la religione è tollerata solo se irrilevante, ma una libertà che deve nascondersi non è più libertà.

La Repubblica, se vuole essere davvero laica, deve essere inclusiva, deve garantire a tutti, credenti e non credenti, pari dignità nello spazio pubblico, deve difendere la libertà confessionale non come concessione benevola, ma come diritto inviolabile, perché quando si attacca la libertà religiosa di uno, si incrina la libertà di tutti.

Sergio Giangregorio

Direttore Responsabile magazine online Convincere. Laureato in scienze politiche e relazioni internazionali. Perfezionato presso L’Università degli Studi Roma 3 in “Modelli Speculativi e ricerche educative nell’interazione multimediale di primo e secondo livello“ Docente universitario a contratto in materie investigative con specifico expertise sulla sicurezza in aree urbane, sulle tecniche di intelligence e di peacekeeping. Esperto di comunicazione in situazioni estreme. Giornalista investigativo ed analista di intelligence, come Ghost writer ha elaborato numerosi studi strategici coprendo tutti i teatri di guerra dai balcani, al vicino oriente seguendo i conflitti in Afganistan, Iraq e nel nord-Africa. Presidente del Centro Europeo Orientamento e Studi – Ente morale di diritto privato per la difesa dei diritti civili. Direttore Scientifico dell'Istituto di Ricerca sui rischi geopolitici Triage Duepuntozero.

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