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ShoppingNon resisto, è più forte di me.

Non ho né un briciolo di forza di volontà né il comune senso della misura. Non è colpa mia: “È – come dicevano in un film – che mi disegnano così” e, nonostante tutti i miei sforzi, non riesco mai a modificare questa mia piccola particolarità, questo difetto, questa ossessione. Se fosse una malattia?

Il problema è che mi piacciono tutti! In qualunque modo mi si presentino davanti!

Quello basso lo trovo confortante: mi da un senso di sicurezza. So che con lui non potrei mai ritrovarmi di colpo a gambe all’aria, è tranquillo, “quadrato”, di quelli che suggeriscono il piacere della stabilità. Potrei averne quanti ne desidero, anche uno al giorno se proprio volessi, però non sono fedele: mi piace cambiare. Per questo vengo criticata e tante volte, quando punto gli occhi addosso a qualcun altro, lo confido soltanto alla mia amica del cuore… ma sempre con l’accortezza di dirle chiaramente: ”L’ho visto prima io!”. Arrivare primi è fondamentale. Poi c’è quello medio, il borghese: né alto né basso.

Per questo tipo lascio stare la misura, perché alla fine è sempre quella giusta, l’importante è averlo. Possederlo. Non c’è nulla di più bello del gusto e del piacere di sfoggiarlo, magari in un ristorante, oppure al cinema, o anche ad una festa. Osservare di sottecchi gli occhi ammiccanti delle signore presenti. Gli sguardi di invidia di alcune e di ammirazione di altre. E si, sarò anche malata, ma la vita è fatta di piccole cose!

Però niente, nulla e nessuno si può paragonare a lui: quello alto! È il più difficile, quello che apparentemente non da troppa confidenza ma concede le più grandi soddisfazioni a chi impara a conoscerlo. Quello che ti fa sentire costantemente in pericolo, sul filo del rasoio, in bilico, ma nello stesso tempo ti innalza fino a farti toccare il cielo con un dito. È il più bello di tutti e farei pazzie per averlo, come ho già fatto tante volte, molte, forse troppe, ma è pure quello più esigente e non sempre riesco a gestirlo. Vorrei possederne tanti, di tutti i colori!

Cosa sono quelle smorfie? Cosa avete capito, scusate?

Sto parlando delle scarpe, dei loro tacchi. Della mia passione. Del mio cruccio. Del pericolo per le mie finanze. Della mia indecisione tutte le mattine, quando vado a lavoro: come mi vesto, punto primo, e quali scarpe metto, punto determinante. Apro la stanza delle scarpe, ebbene si, ho una stanza solo per loro, voi no? Apro la porta e davanti ad un  muro rivestito di scatole, ho la capacità di esclamare: “Non ho le scarpe adatte!”.

Anche voi lo dite, ne sono certa, pur non avendo la stanza apposita!

So di non poter resistere, so che quando uscirò di casa avrò un pensiero fisso: di non poter sfoggiare delle scarpe che si abbinino alla mia maglia lilla. Cammino insicura per la strada perché so che lì, sotto il cappotto, è in agguato la maglia lilla e che le scarpe che indosso non sono adatte a lei. Lo so. Mi prude la pelle per quanto ne sono consapevole. In ufficio sto sulle spine fino a quando non esco e vedo le scarpe in un negozio, entro e le provo. Sono magnifiche. Tacco basso, lucide in punta e di un colore tenue che ben si adatta alla mia maglia! Sono contenta. Due o tre vetrine dopo, la mia mente, riattivata prepotentemente dall’acquisto, mi instilla un dubbio: “Queste scarpe, seppur così carine, non potrai indossarle ad una serata importante, il tacco alto ha pur sempre il suo fascino!”. Non posso comperarne un altro paio! E poi, dove lo metto? Penso che potrei dare via quelle da ginnastica, dentro la scatola grande (solo per eliminare la scatola enorme, sia chiaro).

Compero le scarpe con il tacco alto dieci centimetri, quello che mi innalzerà.

Sono contenta, più di prima.

Arrivo a casa e sono già pentita: non ho proprio il senso della misura, che bisogno avevo di farmi prendere dalla frenesia per un paio di scarpe, lilla per giunta. Vado a togliere quelle da ginnastica, ma… come posso darle via? Hanno quell’allacciatura così particolare che non troverò più. Proprio non ce la faccio e mi devo accontentare di poggiare a terra le due nuove scatole, comunque soddisfatta come una bambina che ha rubato la marmellata.

Ho mal di gola e anche la febbre, niente ufficio domani.

Ore 10:30, visita fiscale. Sto per aprire la porta quando mi guardo allo specchio: pigiama celeste e pantofole rosa, di lana cotta. Orrore! “Un attimo, arrivo.”, grido da dietro la porta osservando l’accozzaglia di colori. Cerco un altro paio di pantofole, ma quelle proprio non le ho. Come faccio? Apro a piedi scalzi. Il dottore è un uomo sulla cinquantina. “Si accomodi” – dico – “sono raffreddata”. Lui mi guarda dapprima i piedi nudi e poi inizia: “Signora, lo sa che dovrebbe avere i piedi coperti per evitare il raffreddore?”.

“E lo so, lo so” – lo interrompo – “ma così attingo energia dalla terra…”, farfuglio prendendo spunto dalla lezione di yoga.

Finalmente va via e posso rimettermi le pantofole rosa, accogliendo il conforto del loro calore come una benedizione.

“Non preoccuparti” – mi suggerisce subdolo il diavoletto sorridente e appollaiato sulla mia spalla – “domani ti accompagnerò ad acquistarne un altro paio. Bianche, per tutte le occasioni!”

 

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